mercoledì 16 agosto 2017

GOLDEN STANDARD E BIGIOTTERIA - GLI INFAMI DELLE FAKE NEWS - Ordigno Regeni su Medioriente e Mediterraneo



Da quelli che danno la caccia alle informazioni che disturbano l’establishment dei ladri, corrotti, mafiosi, massoni, assassini seriali, che governano i vari paesi dell’area euro-atlantica, che hanno già stabilito sanzioni, radiazioni, eliminazioni, punizioni per chi insiste a diffondere quelle per le quali hanno inventato il termine “fake news” (notizie farlocche), o che, come la Boldrini, le promuovono da noi, il New York Times, house organ della lobby insraelo-talmudista internazionale viene giudicato la Bocca della verità, il Golden Standard del giornalismo mondiale.

E non potrebbe che essere così, dato che questo giornale è stato negli anni dell’assalto terroristico, militare, agrochimico, farmaceutico e finanziario, dei globalisti all’umanità, del trasferimento della ricchezza globale dal 99% all’1%, ben rappresentato da quegli 8 individuo che hanno più di quanto hanno 3, 5 miliardi di conseguentemente poveri, delle 7 guerre di Obama, lo strumento principale della lobotomia transorbitale operata sui cervelli dei sudditi dell’Impero.

Il giornale che, con i suoi soci nelle campagne di demolizione della verità, Washington Post, CNN, Guardian, giù giù fino agli sguatteri mediatici italiani, è diventato la bandiera di uno storicamente inusitato blocco nichilista sinistre-destre nel fiancheggiamento delle ragioni per le quali l’apparato bellicista Usa viene lanciato contro paesi e popoli, con meta finale l’armageddon Occidente-Russia, s’è prodotto nell’ennesima bufala galattica mirata ad avvicinarci a quella “soluzione finale”.

Non è bastato che il NYT si fosse totalmente squalificato con gli avalli a tutti i falsi pretesti che hanno consentito ai  predecessori di Donald Trump, primatista Barack Obama, di sbattere al muro un paese debole dopo l’altro, o invadendolo,  o riducendolo con le bombe all’età della pietra, o scatenandogli contro  branchi di subumani ben retribuiti, o rovesciandone i governi legittimi con colpi di Stato. Godendo nell’opera dell’apporto sussidiario di specialisti umanitari della menzogna e della diffamazione, come Amnesty International, HRW, Save the Children, MSF, giornaluccoli e partitini sedicenti di sinistra.
L’occasione era propria per un nuovo colpo grosso. Ridotto, a forza di ricatti dei servizi segreti, colpi di maglio mediatici, il mastino pre-elettorale che, vaneggiando di intese con la Russia,  si azzardava a intralciare l’armageddon, a botolo ringhiante contro il Venezuela e la Corea del Nord; costrettolo a firmare nuove sanzioni contro il falso scopo Russia e il vero scopo Europa, ecco che occorreva colmare una defaillance del concerto bellico tra Mediterraneo e Medioriente.

Mediterraneo-Medioriente: dove Trump latita, il NYT provvede
Erano successi fatti intollerabili per lo Stato profondo USraeliano e sul quale il presidente-ostaggio aveva manifestato titubanze ed esitazioni. Lo stop ai finanziamenti della Cia ai jihadisti Isis e Al Qaida; una mancata risposta all’esuberanza militare e diplomatica di siriani e russi che stavano rimettendo le cose a posto, come erano prima del 2011; l’Iraq che ribadisce la sua ritrovata coscienza nazionale con la liberazione di Mosul, la definitiva messa in crisi del mercenariato jihadista e, anatema!, l’intesa con Mosca addirittura per aiuti militari ed economici; l’Iran che, alle nuove sanzioni appioppiategli a dispetto della sua ottemperanza all’accordo nucleare, minaccia di bruciarlo, quell’accordo. Questo per il Medioriente.


Bloccato “l’evento naturale” emigrazione
Nel Mediterraneo di male in peggio. Quattro scalzacani giuridici e politici della colonia Italia, a Trapani, Catania e al Ministero degli Interni romano, si permettono di mettere il sale sulla coda alla flotta delle Ong messe in campo dal destabilizzatore umanitario di fiducia George Soros. Viene buttata una mappata di sabbia negli ingranaggi perfetti della filiera criminale dell’”accoglienza”, che inizia con l’induzione del meglio delle società africane e del Sud del mondo (quelle dei paesi rigurgitanti di risorse) a mollare terra, popolo, Stato, cultura, identità, e che si conclude nei bassifondi sociali di un’Europa meridionale da sprofondare in default vari, economici, sociali, culturali. Due piccioni con la fava del “inarrestabile fenomeno epocale”, evento naturale quanto il crollo dei nostri cavalcavia, o i fuochi della terra dei fuochi.

Mica basta. Forse l’offesa più grave è che, anziché trattare il presidente egiziano Al Sisi da lebbroso che di notte esce per infettare bambinelli, magari europei, come auspica la solita alleanza del buoncostume sinistro, dal “manifesto” a Stampubblica, Roma ha la tracotante impudicizia di ristabilire con lui rapporti normali, quasi quanto quelli di Obama e successori con i nazisti di Kiev e i narcogolpisti dell’Honduras. E addirittura di ingolosirsi alla prospettiva che l’Egitto, detentore con l’ENI del più vasto giacimento di gas dell’intero Mediterraneo, possa rifornirci di energia a costo molto più basso del gas fracking da scisti, che Washington cerca di rifilare all’Europa. E senza i condizionamenti “anti-antisemiti” legati al gas israeliano.

Non si era spento l’inquinamento acustico provocato dalle geremiadi della famiglia Regeni e dai suoi sponsor, da Luigi Manconi alla solita Boldrini, al solito “manifesto”, per il ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo (quelli Usa, Germania, Regno Unito, Francia, mondo intero, ci stanno, forse perché se ne fottono, forse perché sanno chi era Regeni), che dal NYT è arrivato l’ordigno acustico nucleare. Tirato fuori 17 mesi dopo l’evento culminante dell’”Operazione Regeni”, il ritrovamento del corpo senza vita e torturato.

Il Regeni reinnescato

Dunque, secondo quella bocca della verità, della quale se te ne fidi finisci con la mano mozzata, i servizi di Obama avevano subito capito tutto e avevano immediatamente fornito al governo italiano le prove inconfutabili dell’assassinio ad opera di un servizio segreto egiziano, ordinato dall’orrido Al Sisi in persona. Incidentalemtne, Al Sisii è un altro di quelli con i quali Trump pensava di poter intrattenere un modus vivendi, ma lo Stato Profondo Usa, Israele, “il manifesto”, i “sinistri”, no. Con uno che amoreggia con Putin, che possiede tanto gas da ridurci, noi Usa, a subappaltatori, che si permette di mettere le dita nella marmellata libica sostenendo un generale che, oltreché amico dei Gheddafi,  pare potere addirittura ricostituire l’unità del paese che abbiamo tanto fatto perchè evaporasse, tocca andarci giù pesanti.

E dunque la colossale bufala. Il governo non poteva che negare, dato che non ne aveva mai avuto, di prove o documenti “inconfutabili”.  E anche, perché, a dispetto di tutta la sua ontologica  buffoneria, cialtronaggine, piaggeria, davanti ai propri elettori come faceva a vantare un minimo di credibilità se, avendo in mano fin da subito la prova provata di Al Sisi assassino, non ne ha fatto l’uso che ossessivamente le prefiche coloniali, da Manconi al Manifesto, a tutta la “sinistra”, gli chiedevano?  Ovviamente non esiste nessuna prova. Ovviamente il NYT si è ripetuto come quando riempiva di stronzate le provette di Colin Powell. Ovviamente si trattava solo di far starnazzare un po’ più forte i propri dipendenti italioti e mettere Roma sull’avviso per quanto concerne Egitto, Libia e migranti.

Gli obamiani  fanno la loro parte nello Stato Profondo della guerra per la guerra, il Golden Standard del giornalismo fa la sua parte di cloaca maxima dell’informazione, le sinistre degli infiltrati e lobotomizzati fanno la loro parte sotto lo sguardo benevolo dei Rothschild, Rockefeller, Warburg, Goldman Sachs, Soros. Quello che inchioda tutti costoro alla loro infamia (mentre la Boldrini mi inchioderà alla mia “propaganda dell’odio”) è la fenomenale malafede che imbratta ogni loro parola.


Tutti sanno che Giulio Regeni (lo ripeto per la ventesima volta) era dipendente e collaboratore di un’accolita di delinquenti della massima categoria, specializzati in spionaggio industriale, politico, destabilizzazioni, regime change, repressione, uccisioni di massa. Uno così come lo definisci?  Uno che dal 2013 ha lavorato per John Negroponte, inventore dei Contras e degli squadroni della morte tra Latinoamerica e Medioriente, un pendaglio da forca se ce n’è uno; per Colin McColl, già capo del Mi6, servizio segreto britannico, che organizza operazioni sporche in giro per il mondo; per David Young, fondatore della ditta, Oxford Analytica, già carcerato per aver lavorato per Nixon, da “idraulico”,  nell’operazione Watergate.

Tutti hanno visto e, quando non  lobotomizzati, hanno capito che al Cairo Regeni cercava di assoldare elementi con la prospettiva di fargli avere denari dalla sua organizzazione britannica (quale? Quella di Negroponte?), purchè presentasse “progetti”. E a chi, nel noto video, Regeni prospettava questi finanziamenti per “progetti”? A Mohamed Abdallah, capo di un sindacato di ambulanti, cui Regeni, manifestatosi come possibile elargitore di quattrini, negava però un caritatevole uso personale, per la moglie ammalata di cancro. “Ci vogliono progetti, avete progetti?” Il sindacalista, che Regeni cercava di infilare in qualche oscura operazione, aveva ogni motivo per denunciare l’ambiguo straniero di Cambrdige alla polizia.
 
Regeni, Negroponte

Questi sono fatti. Sono fatti enormi. Sono mattoni di una storia che porta dritto all’eliminazione del provocatore nel momento in cui un cittadino non sobillabile, denunciandolo, ne aveva lacerato la copertura. Lo aveva bruciato. Lo sanno tutti, da Washington a Roma, dal Cairo al “manifesto” e a Cambridge (che apposta mantiene il riserbo sul suo “ricercatore”). Non vi pare che quelli che fanno finta di niente, ma piangono e imprecano sul “martire” della resistenza ad Al Sisi, non abusino di una vittima, tradita dai suoi mandanti? Non meritino la qualifica di infami?
Infami di sinistra che si fanno sbugiardare dai giornali di Berlusconi, quelli “di destra”. Ma a che punto siamo arrivati!
Ora aspettiamo i fatti dei servizi Usa e di Obama il retto. Ovvio che sanno tutto. La NSA che spia tutti, Merkel compresa, ce la siamo scordati? Vediamo se, quanto a fake news, saranno più bravi almeno di quelli dell’11 settembre.


giovedì 10 agosto 2017

MIGRANTI, LA FILIERA DEL CRIMINE Don Zerai e Fratel Del Rio, santi subito



Le ragioni di Lombroso
L’antropologo Cesare Lombroso (1836-1909) aveva ragione e aveva torto. Aveva ragione nell’individuare indicazioni sul carattere delle persone dai tratti facciali e cranici. Aveva torto a concludere che si trattava di caratteristiche genetiche, strutturali in partenza e valide una volta per tutte. Molti hanno poi correttamente ritenuto che la teoria di Lombroso, seppure anche in questo caso mai di valore assoluto, andava applicata a quanto sui visi delle persone si è andato formando in conseguenza della vita vissuta, dei pensieri e sentimenti nutriti, degli atti compiuti e delle vicende occorse. Ad alcuni è dato di mascherare per un buon tratto, magari con l’aiuto dei cerusici, gli effetti di tale vissuto. Pensiamo ad Obama, un pluriassassino e un falsario come nella Casa Bianca non erano ancora mai entrati, le cui fattezze solo ora iniziano a mostrare i primi segni rivelatori di tanta abiezione.

Ma è abbastanza ragionevole considerare che alla nascita tutti i visi sono innocenti e puri, diciamo una pagina pulita su cui ancora nulla è stato scritto, né dall’esterno, né dall’interno. E’ dopo qualche decennio, che su quella pagina incominciano ad apparire, più o meno espliciti, i segni di cosa uno è stato e ha fatto. Esempi  di quanto di più turpe, depravato, deforme, la propria condotta e il proprio spirito possa, lombrosianemente, incidere su un volto, originariamente creato, dicono certuni, a immagine e somiglianza di un loro perfetto dio, se ne trovano quanti se ne vuole nell’empireo delle nostre classi dirigenti. Se pochi arrivano all’abiezione estetico-morale di un George Soros o di un Henry Kissinger, molti ne inseguono con successo gli esiti morfologici. Pensate a Sharon, a Gianni Agnelli, a Andreotti, alla regina Elisabetta, allo stesso Trump, a Eltsin, a Scilipoti, a Migliore, al padre di Renzi…

Facevo queste estemporanee considerazioni quando l’occhio m’è caduto sull’ennesimo “santo subito” del “manifesto” e del dirittoumanismo da tanti migranti al chilo, il prete eritreo, ma forse etiopico, Mussai Zerai, di cui, nella faccia pasciuta e liscia, parte uno sguardo che, piuttosto che “santo subito”, mi suggerisce un “qui gatta ci cova subito”. Lui e la sua agenzia di sollecitazione, ritrovamento e collocamento di migranti africani, Habeshia, costituisce uno dei più efficienti push and pull factor della fenomenologia migratoria. Ora l’occhiutissima, per quanto prudente, procura di Trapani lo ha avvisato di reato e il “salvatore di 4000 naufraghi” rischia di finire sul banco degli imputati di tratta di esseri umani, accanto a eccellenze dell’ “Operazione Svuotare Africa e Medioriente – Affogare l’Europa del Sud”, dall’élite mondialista affidata a Soros, come Jugend Rettet, MSM e, non ancora, ma speriamo presto, Save the Children, MOAS, Open Arms, Sea Eye e tutti gli altri privatizzatori del fenomeno e dei relativi trasporti e trasbordi. Gente le cui funzioni all’interno della citata Operazione il “manifesto” e suoi comparielli cercano affannosamente di occultare con l’urlo assordante, ossessivo, che vorrebbe essere ipnotico, di “salvataggi, salvataggi”.

Malta umana per l’edificio del potere
Sono sempre più numerose e rivelatrici le prove  del malaffare che unisce le Ong ai trafficanti nella filiera criminale che parte dalla promozione di partenze nei paesi d’origine e finisce nella guerra politica, economica e sociale condotta contro il Sud Europa utilizzando come strumento, non tanto gli spasmodicamente propagandati “disperati” di indefinite guerre e miserie (mai noti i responsabili con nome e cognome), quanto una varietà di soggetti dal retroterra niente affatto omologabile. Soggetti che tutti gli attori della filiera riducono a merce umana da utilizzare, come fosse il dollaro, o gli attentati terroristici, o le bombe, o il jihadismo, o la clava dell’austerità, per gli aggiustamenti di potere interni e geopolitici.

I rinnovati flussi dalla Siria e dall’Iraq sono diretta e voluta conseguenza degli attentati Isis e paralleli bombardamenti Usa sui civili che, nel silenzio dei ferventi soccorritori di naufraghi davanti alla Libia, stanno svuotando le maggiori città irachene e siriane. Si fa posto per i mercenari curdi e si priva il futuro di questi paesi delle forze della ricostruzione e rigenerazione. Tre milioni di morti iracheni, 8 milioni di sradicati interni e all’estero, mezzo milione di morti siriani, 6 milioni di sfollati interni, 2 milioni di profughi. Non male per chi si accinge a fare di quelle floride nazioni discarica e pompa di benzina. Peccato che nessun Zerai, nessun Del Rio, nessuna delle solite anime belle, truccate di umanitarismo, che oggi “sul manifesto” firmano per le Ong, si sia mai vista sotto l’ambasciata americana, o israeliana, o saudita, da cui pure varrebbe la pena salvare qualche naufrago.

Africa, come la vogliono

Poi ci sono coloro che gli Usa e la “comunità internazionale” hanno condannato all’inedia, come l’Eritrea, quelli a cui sono inibiti ogni sviluppo autonomo e pacifico dall’intervento militare coloniale diretto (Mali, Ciad, RCA, Niger), o per surrogati etnici o jihadisti (Nigeria, Sud Sudan, Somalia). Mezza Africa, poi, è costretta a venir via dalla perdita dell’elemento costitutivo dell’economia continentale, l’agricoltura, sottratta per il 40% di tutti i terreni fertili alla sussistenza e consegnata, con tanto di villaggi bruciati e popolazioni deportate, all’agroindustria intensiva delle multinazionali. Tutti delitti dei soliti ignoti, del fato. Eppure quanti nomi ci sarebbero da mettere in fila: Usa, Ue, Onu, Monsanto, Exxon, Glaxo, Microsoft, Lockheed, Boeing, Obama, Clinto, Bush, Trump, Cia, Goldman Sachs….

A chi dovesse indugiare, a chi volesse dedicare alla propria comunità sociale, culturale e, pardon, nazionale, i propri strumenti conoscitivi, ivi formatisi,  per arricchire il patrimonio collettivo e garantirgli continuità nello spazio e nel tempo, a chi anche avesse preservato un minimo agio economico, arriva l’offerta dei pifferai  del primo anello della filiera: “Hai 10mila dollari? C’è un doganiere alla frontiera, un camionista sul ciglio del deserto, un carceriere in Libia, uno scafista sulla costa, una Ong a un tiro di sasso e poi l’eldorado europeo. Lo stesso trovato dagli albanesi, dai marocchini, dalle moldave. Nei vari passaggi avrai lasciato il tuo gruzzolo, ma che fa. Le prospettive sono tante, per le donne c’è la mafia nigeriana della prostituzione, per gli uomini i caporali, a volte travestiti da manager, per i minori le immense risorse del pedoporno, per tutti lo spaccio, per molti il Centro d’Espulsione.
L’artiglieria umanitarista, quella che ogni giorno spara a palle infuocate da quasi metà della foliazione del “manifesto”, si articola nelle sterminate espressioni operative dell’Open Society Foundation di George Soros. Fondazione che rappresenta una voce eminente, non sempreconfessata,  del bilancio di quasi tutte le Ong umanitarie, LGBT, Arci e affini, e di tutte le forze del regime change, a partire da Otpor a Belgrado, passando per i battaglioni nazisti a Kiev, per le università di Budapest, per le Ong dei diritti umani come Arci Gay o la Fondazione Bator in Polonia, testè esaltata, insieme ad altre della lobby talmudista, dal “manifesto”.

 
e non solo


Il quale “giornale comunista”, ancora firmato da qualche “comunista”dallo stomaco di amianto, non si fa scrupolo di muoversi in perfetta sintonia e sui binari da lui fissati con il più efferato bandito della speculazione finanziaria di tutto il globo terracqueo. Quel George Soros che allestì il convegno navigante (le operazioni in mare gli sono congeniali) del 1992 sullo yacht della Regina, il “Britannia”, dove, in combutta con una panoplia di briganti della finanza mondiale e di massoni, con la complicità di rinnegati italioti come Mario Draghi (direttore del Tesoro) e Nino Andreatta, ministro del Bilancio che aveva il merito di aver privatizzato la Banca d’Italia separandola dal Tesoro, attaccò la lira, fece bruciare a Ciampi 40mila miliardi e deprezzò la lira del 30%. E fu la tavola apparecchiata per i predatori a prezzi di saldo del nostro apparato industriale, prima pubblico, poi privato, garantito dagli Amato, Prodi, D’Alema, Berlusconi e via via tutti gli altri. Gente da processo per alto tradimento. Ma al “manifesto” va bene così. Come andranno bene anc he i milioni con cui Soros ha foraggiato il golpe nazista a Kiev.


Questa artiglieria si è ora dotata di due nuove bocche di fuoco. Quella del santo subito don Mussie Zerai, consegnato dagli inquirenti di Trapani, emuli del mangiatore di bambini cristiani Settimio Severo, al martirio della Chiesa dell’Accoglienza Universale; l’altro è Graziano del Rio, per grazia di Dio e volontà di Soros ministro dei Trasporti e, quindi, del mare. 

Vediamo il primo. Spiaggiato in Italia e poi in Svizzera, ma soprattutto in Etiopia, all’età di 17 anni, in fuga dall’Eritrea in lotta di liberazione contro, guarda un po’, proprio l’Etiopia e, da allora mai rientrato in Eritrea di cui pur tuttavia racconta, fin nei più intimi dettagli, il regno dell’orrore, della tortura, delle migliaia in carcere, dei campi alla Auschwitz. Al punto da aver ottenuto dall’UE, caso unico dopo quello concesso dagli Usa ai gusanos cubani in fuga dalla rivoluzione, la concessione automatica a tutti i migranti eritrei dell’asilo politico. Pull factor non da poco, pari per efficacia al push factor delle sanzioni Usa-Onu-Ue all’unico paese africano che non accetta presenze militari Usa, né crediti ricattatori FMI e BM.. E’ qual è il riferimento africano del don, il suo buen retiro? Ovviamente l’Etiopia, regime sanguinario, massacratore delle minoranze, in particolare Oromo, paradiso dei devastatori con dighe (Impregilo) e con il land grabbing (cinesi, indiani, sauditi), assalitore periodico, su commissione Usa, dell’Eritrea, responsabile di quasi centomila morti eritrei nel corso delle varie aggressioni tra il 1952 e oggi.


Un nuovo padre Dall’Oglio, come lui santo subito
Questo equivalente africano del noto Padre Dall’Oglio, il predicatore della Chiesa di Bergoglio visto sulla tribuna Isis di Raqqa arringare tagliagole e loro supporter a stelle e strisce perché cristianamente sgozzassero Assad, ha dedicato la sua vita a tre cose: diffamare l’Eritrea in linea con le motivazioni che Obama produceva a supporto delle sanzioni e della successiva guerra di sterminio umanitaria; agganciare più eritrei possibili per contrastare, col ricatto dell’asilo politico, la forza e la compattezza della comunità eritrea in Italia ed Europa che si riconosce nelle istituzioni e nel destino seguito dalla madrepatria; diffondere per tutta l ‘Africa, insieme al numero del suo cellulare, la consapevolezza che, attraversati indenni il deserto, scampati ai briganti nelle terre di attraversamento, pagati i vari oboli utili a finanziare la filiera, imbarcati su un qualche mezzo degli scafisti, basta un trillo a Don Mussie Zerai e, in un batter d’occhio, sempre che prima non affondi, ti arriva il natante che ti soccorre, rifocilla e deposita ai piedi del governo più accogliente del mondo. Vengano, signori, vengano…Che ci stai a fare in un paese che i miei amici vanno comunque ad annientare?

Viva Viva San Graziano delle processioni

L’altro howitzer dell’armata che cannoneggia all’insegna del Sinite parvulos venire ad me si chiama Graziano del Rio, ministro dei trasbordi in mare perchè neanche un parvulo o un magnulo sia privato dell’occasione di raccogliere pomodori, o aspettare in baita, o davanti alla stazione di Milano, che arrivi Juncker a trarlo d’impiccio. I giornali di questi giorni afosi, infuocati solo dal clima e dalle iniziative terroristiche parigine, atte a prolungare per l’ennesima volta  lo stato d’emergenza e, dunque, mettere in campo forze adeguate per far passare la mannaia della loi travail, se la spassano alla vista del remake de “I duellanti”. Capolavoro stavolta in versione farsa: Minniti contro Del Rio. L’uno, di evidente tradizione PCI, l’altro virgulto dell’eterno democristianino. Nell’ormai consolidato contesto del rovesciamento di ogni cosa ideologica, politica, linguistica, nel suo contrario, quello di destra, forcaiolo, respingente, sovranista e repressore, è Minniti; quello di sinistra, umanitario, accogliente, multiculturalista, integrazionista, assimilazionista, è Del Rio.

Di sinistra è coprire con l’ipocrisia e le bugie i veri e propri crimini contro  l’umanità perpetrati contro l’Africa e gli africani, connivenza Ong inclusa. Di destra è chiedere cortesemente agli operatori privati nel marasma del mediterraneo e del sud del mondo allestito dai loro padrini, di accettare un minimo di regole perché nel quadro, che peraltro ne è già zeppo, non s’infilino malintenzionati. E già. Questi sono riusciti a far diventare parolacce quanto è costato la vita e un bel po’ di sangue e pene a decine di italiani che, in armi, in carcere, in parola, si battevano per la sovranità, per la patria, la nazione. Mica per l’Unione Europea. Quella l’hanno fatta dei manigoldi alle spalle nostre. A italiani, francesi, russi e a milioni di africani, asiatici, arabi, latinoamericani, che con queste parole sulle loro bandiere, hanno dato ai padroni della sovranità in esclusiva la migliore lezione dell’intera vicenda umana.


Due paroline ancora su Graziano Del Rio. Ma non era lui quel sindaco di Reggio Emilia che ha scandalizzato e fornito di pesanti sospetti la nostra opinione pubblica non democratizzata quando, sindaco di una città ad alto tasso di criminalità ‘ndranghetista, per questo sotto osservazione della DDA di Bologna, secondo i giornali sarebbe stato visto al ristorante in compagnia con una gruppo di imprenditori sui quali aleggiava, come nuvola di Fantozzi, un forte olezzo di ‘ndrangheta?

Capitò nel 2013. Può capitare. Anche se sarebbe stata una ricaduta. Giacchè nel 2009, come Del Rio ha ammesso a denti stretti alla DDA, il sindaco della città ex-rossa s’era recato in devota processione a omaggiare i santi patroni di Cutro in Calabria. Quelli stessi che, per la DDA, imperversano nel reggiano (e dappertutto nel Nord). Che ci fa un sindaco di Reggo nella roccaforte della ‘ndrangheta della provincia di Crotone? In processione? Quando si sa bene cosa significhino quelle processioni. E certi “inchini”. Diversi prefetti sono saltati sulla sedia per molto meno. Poi l’ex-DC Del Rio insorge contro il suo stesso governo, componente ex PCI, in difesa di personaggi accusati dalla magistratura di operare d’intesa con malfattori.

Cambiasse mai qualcosa in questo paese dell’eterno ritorno. Democristiano..


lunedì 7 agosto 2017

Mediterraneo – Venezuela: UOMINI E TOPI





Insistendo nella mia campagna, nobilmente venefica e correttamente politicamente scorretta, contro i falsari, ipocriti, infiltrati, infingardi, onanisti del pulviscolo sinistro e di richiamo a quelli sedicenti della sponda opposta che tuttavia sui primi spargono foglie di fico, annuncio che, dopo aver rosicchiato il fondo nel corso degli ultimi anni nel segno di Soros, la più grande mistificazione giornalistica del pur poco limpido panorama storico e attuale italiano ha in questi giorni sfondato il fondo.
Il manifesto non raschia, sfonda.
Prima di passare all’argomento sul quale “il manifesto”, perfezionando il trapanamento del fondo, ha esercitato la punta d’acciaio, il Venezuela degli inviati all’ombra della Casa Bianca e di Langley sostituiti, con schietta adesione al Jobs Act, alla reproba caracasiana Colotti, mi s’impone un parallelo. Di Geraldina Colotti non condivido l’affermazione categorica, orba se non cieca, dell’integrità delle Brigate Rosse e affini (mica eravamo nella Germania di Baader-Meinhof, eravamo nell’Italia di Cia, mafia e P2), che mi pare piuttosto una non necessaria difesa della propria integrità. Ma le sue corrispondenze dall’America Latina sono stati in Italia l’unico controcanto cartaceo e audiovisivo, professionalmente impeccabile, al diluvio che pecore e scagnozzi al seguito della riconquista imperialista del continente hanno belato e latrato dall’inizio dell’assalto a Maduro e alla rivoluzione bolivariana. E che i nuovi washingtoniani del “manifesto” hanno ripreso con la solita perizia dell’infiltrato scaltro che dà un colpetto al cerchio e una mazzata alla botte.

Anche a me è capitato, tanto per confermarci nella convinzione che quanto si dice di sinistra, o con faccia tosta inaudita “comunista”, grattando anche poco poco (volendo grattare, vero Dinucci e Co.?), si rivela il volto sporco dell’ opportunismo, se non della controrivoluzione. 2003, dalle parti di maggio. La solita canea tuona contro Cuba (ancora in piedi) per aver arrestato spioni, terroristi e provocatori pagati dall’incaricato d’affari Usa. Per tutti, dal Corriere all’Avvenire, erano nobili “dissidenti”, “intellettuali”, “giornalisti”. Anche Bertinotti, appena emerso da un congresso in cui aveva abolito l’imperialismo, sposato il sub Marcos e Luca Casarini e proclamato la non-violenza, anche retroattiva per i partigiani. Avevo una rubrica su “Liberazione”, Mondocane, e quella puntata sfuggì al maggiordomo Sandro Curzi e rivendicò a Fidel il diritto di proteggere popolo e quanto restava della rivoluzione dagli sguatteri dell’imperialismo. Mi si licenziò come Geraldina. Su due piedi, alla faccia di norme, leggi e contratto. E di un granello anche microscopico di decenza morale. Procedimenti di destra per chi della destra ha assunto gli orizzonti.

Geraldina se lo poteva aspettare. Quando i duri scendono in campo, i molli gli raccattano le palle.

Torniamo alla stupro del fondo. Un bell’ “approfondimento” verso abissi maleodoranti “il manifesto” l’ha compiuto il giorno 6 agosto 2017 con uno sfondamento su quattro fronti: una velina sulla Somalia, in continuità con gli spurghi obamiani sull’Eritrea renitente alla sottomissione, dove tutto il terrorismo è degli Shabaab che colpiscono i mercenari dell’Amisom, forza interafricana che da anni brutalizza i somali per puntellare il fantoccio Imposto (per “il manifesto”, eletto) da neocolonialismo a guida Usa. Di lieve passaggio si parla poi dei comprensibilissimi bombardamenti Usa sui civili somali (finalizzati, come a Mosul, Raqqa e Deir Ezzor, a colmare i barconi dei trafficanti libici e le barcone dei trafficanti Ong). E neanche un’ombra di passaggio si dedica a chi ha scientemente e pervicacemente ridotto la Somalia nello stato contro cui gli Shabaab si ribellano. Per esempio la Folgore e i carabinieri, passati alle cronache per il fugone dalla Somalia dopo avervi lasciato tracce su prigionieri torturati e donne violentate.

Di prammatica e, nel contesto, facile facile, la stilettata alla Corea del Nord che con quattro missili in mare salvaguarda la propria esistenza da chi la circonda, e circonda il mondo intero, di basi (forze d’occupazione, 90 in Italia), esercitazioni e installazioni missilistiche, tipo il THAAD, proprio ai piedi del Nordcorea. Nulla ha da aggiungere “il manifesto” ai consiglieri militari (McMaster) di Triump quando si stracciano le vesti sulle “mortali minacce” di Kim Jong Un.. Chi tace, si sa, acconsente.



Per nulla sorprendente, alla luce di una russofobia storica (Astrid Dakli, albanese con la bava alla bocca, ricordate?) che non ha nulla da invidiare alle creatività paranoide di Hillary e dei suoi scagnozzi e padrini nello Stato Profondo, che il fidato giornale rilancia l’ennesima bufala di Novaja Gazeta, il quotidiano della “martire” Politovskaja che, oltreche lì, spargeva le sue intemerate contro Putin sull’ emittente Cia Radio Liberty/Free Europe. Giornale credibilissimo, dunque, che, a dispetto della repressione di ogni libertà di stampa dello Zar, esce regolarmente e oggi può pure imbastire un caso sul fermo di un immigrato clandestino ricercato in Uzbekistan. Niente fonti, niente verifiche, ma oltre ogni dubbio, maltrattamenti e pestaggi da parte dei secondini russi. Lo dice, e come potrebbe non dirlo, Amnesty International e, noblesse oblige, lo dice “il manifesto”.

Pinzillacchere, quisquilie rispetto all’armata di carri armati e la flotta di bombardieri che “il manifesto” lancia contro chi ha osato mettere in dubbio, no, addirittura sospettare, macchè, perfino, oddio!, indagare, accusare, confiscare, esibire prove di reati immondi, santi rigogli dell’umanitarismo europeo. Piccoli eroi della guerra che, a nome di dominanti globali, Soros e soci e subalterni, conducono contro chi pretende di essere lasciato in pace e a casa. Noi come campione di questa congerie abbiamo nientemeno che Roberto Saviano. Quello che, con libro e film, insegna ai napoletani come fare il boss. Mediatori del meticciato a perdere che, a costi immani e a prebende pur esse cospicue di operatori e finanziatori, agevolano la tratta di esseri umani a partire da chi li induce o costringe a lasciar casa, terra, famiglia, identità e, passando per traversie varie, compreso il do ut des tra trafficanti e Ong, arriva tra caporali e imprenditori schiavisti che, secondo Tito Boeri, gli fanno produrre l’1% del PIL

Scoperto con il sorcio tedesco di “Juventa” in bocca, anziché chiedere scusa ai suoi lettori per avergli fatto passare manigoldi della tratta umana per soccorritori, “il manifesto” si è attaccato alle pantegane Medici senza Frontiere e Save the children, appena un attimo prima che pure queste venissero inchiodate dagli inquirenti. Sfiga.



E così, anche per oggi, “il manifesto” ha fatto la sua porca figura e il suo porco lavoro. Sotto a chi tocca. Parliamo di Venezuela, recente tacca sul fucile con cui sinistri e destri sparano alla verità.

Venezuela: uomini e topi. E papi

Basta sapère chi c’è dietro la cosiddetta opposizione venezuelana per sapere chi va sostenuto, costi quel che costi. Dietro e con i golpisti del 2016-17, gli stessi del 2002 (Capriles, Lopez, Ledezma) che obliterarono presidenza, parlamento e tutte le istituzioni e instaurarono una dittatura sotto la guida di Bush, del suo consigliere Kissinger (quello dell’operazione nazista Condor), del segretario di Stato Colin Powell (quello delle armi di distruzione di massa di Saddam, a proposito di fake news), ci sta lo Stato Profondo Usa, cioè quel carcinoma planeticida composto da servizi segreti, armieri, banchieri e imprenditori apicali come i maltusiani Rothschild, Warburg, Goldman Sachs, Rockefeller, Bill Gates, tutta la lobby talmudista.

A dirci dello stato del mondo basta vedere come agli ordini e al servizio della suddetta consorteria si siano congiunti in unico blocco di cemento, da appendere al collo del popolo venezuelano, sinistre radicali, sinistre moderate, destre moderate, destre radicali, i grandi media e la manovalanza tipo “manifesto”, violenti e nonviolenti, lobby ebraica, cristiani integralisti e cattolici detti progressisti (un controsenso). In testa a tutti, svettante di bianco, il nonviolento par excellence, il caudillo del Vaticano con tutti i suoi cacicchi locali. Dismessa la maschera del “mediatore”, si è trovato con naturalezza dalla parte dei suoi: “Non riconosco la Costituente di Maduro!” ha tuonato. Segue scomunica? I suoi sono quelli stessi con i quali ha serenamente convissuto e collaborato quando torturavano e ammazzavano gli oppositori, ne passavano i figli ai carnefici e, al largo delle coste argentine, facevano volare dagli aerei migliaia di chavisti ante litteram. Dalla Siria al Venezuela, dai divorziati, pur sempre peccatori, al diavolo, pur sempre tra noi: è l’infallibilità del pontefice.




Intanto, dalla pioggia di merda fake news piovutaci addosso da questi facilitatori di imprese kissingeriane, estraiamo e buttiamo subito quel pacco di melma dei presunti brogli nelle votazioni per la Costituente. Il risultato certificato dalla Commissione Nazionale Elettorale di 8.089.320 è stato certificato dopiamente dalla scheda e dal controllo delle impronte digitali di ogni elettore. I documenti sono a disposizione dell’opposizione e di qualunque verificatore. Cosa mai verificatasi per la farsa del plebiscito del MUD del 16 luglio: elettori senza documenti, voti ripetuti a volontà dagli stessi votanti, tutti i registri bruciati una volta conclusa la buffonata. Verifiche impossibili.

I Black Bloc delle manifestazioni europee, additati dai benpensanti al ludibrio e all’ostracismo, anatemizzati come violenti fascistoidi, bastonati e carcerati dalle forze dell’ordine democratico (che, così provocate, possono magari anche trascendere, come a Genova), rispetto a quanto s’è visto in piazza in Venezuela a partire dal 2014, sono angeli del mutuo soccorso. Qui una vetrina infranta è vandalismo, un cassonetto di traverso un attentato all’ordine costituito. Lì, fili di ferro attraverso la strada per tagliare teste di poliziotti, assalti all’arma bianca, alla bottiglia incendiaria, alla rivoltella, agenti incendiati, sedi chaviste, negozi, edifici istituzionali dati alle fiamme, cecchini infilati tra i dimostranti (come li avevo visti al tempo del golpe del 2002). Si tratta di democratica protesta di popolo contro la dittatura. E chi difende l’ordine legittimo con idranti e pallottole di gomma, di quella dittatura è il custode.



Sono i classici due pesi e due misure cui siamo abituati dai primordi della lotta di classe. E anche da prima, quando bruciare pagani era buono e fare martiri cristiani era cattivo. Ma non è questo il punto. Il punto è che ogni schierarsi con la manovalanza sanguinaria che l’oligarchia sconfitta 18 anni fa spedisce in piazza (si parla di 15mila teppisti bene addestrati) equivale a far fare all’umanità tutta un passo indietro. Che poi equivale a un passo avanti verso l’abisso. E questo dovrebbe essere pacifico. Il punto è anche che una mattanza orrenda come quella del Messico dei 130mila ammazzati sotto gli ultimi due presidenti, delle 30mila sparizioni forzate, del giornalista ammazzato al giorno, degli innumerevoli femminicidi, del narcostato che, con la supervisione anche armata Usa, finge la guerra alla droga per massacrare contadini, lavoratori, studenti e sterminare oppositori, non solleva un ciglio. E neppure l’Honduras, che dopo il golpe di Obama e Hllary, è diventato il nuovo hub della droga per i mercati Usa e il mattatoio dei difensori del popolo e dei suoi diritti, come la grandissima Berta Caceres. E neppure la Colombia. Dove dall’inizio dell’anno sono stati uccisi 46 leader di movimenti sociali, mentre tra il 2012 e il 2017 ne sono stati eliminati 678. Sono specialisti dello sguardo orbo le sedicenti sinistre. Il PC argentino ha preferito stare con Videla piuttosto che con Peron.

Colpetto al cerchio, mazzata alla botte


Ma il punto vero è ancora un altro ed è l’immonda complicità dei cerchiobottisti in malafede e l’ottusità di quelli che, in buonafede, vanno lì a misurare col bilancino torti e ragioni. Tanto sono democratici i capi della sedizione venezuelana, Ledezma, Capriles e Lopez, da essere stati tra i promotori del colpo di Stato contro Chavez nel 2002 e dei successivi pochi giorni di dittatura vera. Sono gli stessi che per i loro pogrom di oggi godono del sostegno dei presidenti dei paesi neocolonizzati dagli Usa: Macri, Temer, Santos e Pena Nieto. E basterebbe per prendere posizione.




Il nemico principale di una sinistra che si ponga a difesa delle masse da riscattare o da difendere sono le destre reazionarie e l’imperialismo. Schiacciarli è la priorità assoluta. Allende sbagliò su diversi piani, ma come non stare dalla sua parte contro Pinochet? Quando si intravvede un golpe è essenziale individuare i responsabili della crisi: coloro che provocano un disastro non sono gli stessi che non sanno risolverlo. Vale per l’economia. Gli errori compiuti da Maduro e che Geraldina Colotti dovrebbe illustrarci con maggiore severità, sono numerosi e gravi. Ma i colpevoli della situazione attuale sono gli oligarchi teleguidati dagli Usa, del cui mostruoso tasso di criminalità sarebbe cecità dubitare. Non si devono confondere responsabilità di diversa natura.

Errori hanno riguardato gli andirivieni incerti su valuta, cambio e circolazione monetaria, su ricerca di consenso negli ambienti strutturalmente ostili (grande distribuzione, proprietà terriera, finanza), l’inaccettabile debito esterno causato in gran parte dal mancato sviluppo manifatturiero e agricolo e dalla dipendenza dal petrolio, gli insufficienti controlli sui prezzi e contrabbando e su chi li manipolava e gestiva, su chi non tagliava gli artigli a coloro che, utilizzando i non nazionalizzati circuiti privati, imboscavano e creavano penurie artificiali. La crescita di una cosiddetta bolibourgeoisie all’ombra di Chavez e Maduro ha prodotto inefficienze e corruzione, connivenza con miliardari travestiti da chavisti.

Ma il collasso della produzione, l’inflazione che ha comportato (insieme alla caduta del prezzo del petrolio) il taglio a interventi sociali, i limiti alla redistribuzione della ricchezza, insomma una frenata al più grandioso processo di emancipazione mai visto in America Latina dopo i primi anni della rivoluzione cubana, sono opera dell’oligarchia spodestata. Opera finalizzata a rovesciare Maduro, bloccare il processo bolivariano, recidere i legami, già insufficientemente curati, tra masse e istituzioni.Tornare al prima di Chavez. Cioè a quella diseguaglianza spaventosa, quella totale soppressione di diritti sociali e democratici, la miserabile dipendenza dal padrone yankee, che ha caratterizzato l’America Latina quando gli Usa ne avevano fatto il cortile di casa e che ora si è riaffermata in Honduras, Argentina, Brasile, Cile.

Nel bene e nel male che sta facendo, tipo riuscire a mobilitare la stragrande maggioranza del popolo, invisibile ai media occidentali; tipo non smantellare la burocrazia che ha soffocato la marcia verso il socialismo, Maduro non cede. Non è Tsipras. Non è Raul. Il chavismo non si arrende. Non è Syriza. La Costituente è una sacrosanta risposta al golpismo: fa emergere quello che vuole il popolo. Costituisce un’espressione democratica rispetto a un parlamento delegittimato, non solo dal golpismo endemico, quando dall’aver rifiutato di annullare l‘elezione di deputati segnata da crimini. Che le “sinistre”, se conservano un briciolo di onestà intellettuale e di integrità morale (non parlo del “manifesto”), piuttosto che con un Maduro, aggredito da tutti i fronti e da tutto il peggio del mondo, come Gheddafi, come Saddam, come Assad, come Milosevic, se la prendano con gli stronzissimi ricchi del Venezuela (infestati di predatori italiani), con i razzisti anti-indigeni e anti-proletari di Plaza Altamira, con la Cia e sue dependances, Amnesty International e Ong varie.

O vogliono Kiev a Caracas?

mercoledì 2 agosto 2017

MISSIONE PINOTTI-USA : STOPPARE HAFTAR E RISCATTO LIBICO - ONG: CODE DI PAGLIA LUNGHE DA TIMBUCTU AL CANALE DI SICILIA


 Qualcuno irride alla “missione farlocca” di Gentiloni-Pinotti-Mogherini-Stato Profondo Usa in Libia. Di farlocco qui c’è soltanto quel Trump che ogni due per tre deve rinnegare qualcosa o qualcuno in cui crede e sbattere i tacchi davanti ai 14 servizi segreti, al Pentagono e ai predatori multinazionali, per evitare che continuino a scuoiarlo a forza di mostruose balle tipo Russiagate (al “manifesto”, che si beve tutto, non dispiaccia se giuriamo che non è vera neanche una virgola, tantomeno una parola e l’intera faccenda diventa grottesca all’evidenza delle ininterrotte interferenze dei servizi e media Usa in tutte le istituzioni ed elezioni del mondo). Ma il pattugliatore italiano con nave d’appoggio, che costituiscono la Grande Armada spedita dai nostri feldmarescialli a Tripoli, è volta a garantire che il fantasmino Al Serraj, con la sua truppa di scorticatori di neri a Misurata (cari ai Medici Senza Frontiere che li hanno sostenuti durante tutta la mattanza in Libia), possa continuare a fingere, con l’ONU e gli Usa, che  a Tripoli vi sia un governo e che quel governo non debba essere sfiorato neanche con un dito dal generale Khalifa Haftar, autentico liberatore della Libia e intralcio alla sua ricolonizzazione e spartizione. Cosa perfettamente capita da Macron che si è dovuto adattare, per salvare capra, cavoli e Total nell’ambita Libia da sottrarre agli italiani, e prova a giocarsela con tutti e due, con l’autentico e con il farlocco.



Chè questo è lo scopo della “missione farlocca” dei governicoli italioti: alzare a Tripoli, nominalmente di Al Serraj, effettivamente in mano a misuratini e altre bande islamiste, quindi facile riconquista per l’efficiente Esercito Nazionale Libico di Haftar (l’unico dotato di formazioni disciplinate, motivate da patriottismo, dotate di forza aerea e navale e di consistenti sostegni internazionali non occidentali), la bandierina italiana, talchè un attacco alla capitale si configurerrebbe come attacco anche all’Italia, a un membro della Nato, con le auspicate conseguenze di tirarsi dietro un po’ di Stato Profondo Usa. Alla faccia di Macron. Haftar, gia padrone di tutta la Cirenaica e con buoni addentellati nel Fezzan a sud, sfotticchiato i distruttori della Libia con la riabilitazione di un Gheddafi, nientemeno che Said, figlio maggiore ed erede politico, condannato a morte a Tripoli e ricercato dal Tribunale Penale Internazionale,  sta sloggiando l’Isis da Derna e perfino da Sirte, dopodichè la strada per Tripoli è aperta. 

Tanto più che gli alleati berberi di Haftar e del legittimo governo di Tobruk, a suo tempo democraticamente eletto, da Zintan, a ovest di Tripoli, stanno minacciando l’accerchiamento della capitale. Rischia così di volatilizzarsi anche il controllo ricattatorio di Misurata, Al Serraj e bande varie, sulle aree di imbarco dei migranti africani, tra Tripoli e Tunisia, tuttora gestite da quel coacervo di delinquenti, consustanziali all’”Operazione Migranti nella filiera che parte dal push factor Ong nei paesi d’origine, passa per il pull factor Ong in mare e termina in Italia nei campi del caporalato, o nei bassifondi delle metropoli alla mercè di miseria o traffici criminali. Magari a rimediare al deficit di nascite italiane.



Con il che si arriva a Luigi Manconi, al solito “manifesto”, e ai loro eroi sguinzagliati nel Mediterraneo per garantire, nel quadro della globalizzazione neoliberista, la privatizzazione di vite e movimenti degli ex-abitanti di nazioni da stravolgere e rapinare. Luigi Manconi è quell’ex-virgulto di Lotta Continua, scivolato sulla buccia di banana del trasformismo storico italico e arrivato in ottima forma al “manifesto” e in tutta la congerie dei dirittoumanisti che, con bande di pifferi e ottoni, accompagnano e facilitano le varie imprese imperialiste in giro per il mondo contro “dittatori” e per la democrazia. Il timido tentativo che Roma, via Minniti, ha fatto per convincere la flotta sorosiana, che fa da ponte fra espulsori, mediatori, trafficanti e caporali pugliesi o mafia senegalese dello spaccio e della prostituzione, ad accettare un qualche granellino di controllo negli ingranaggi della scellerata manovra di distruzione di Africa e altri paesi dell’arma di migrazione di massa, dall’indignato Manconi è equiparato a qualcosa di peggio delle deiezioni di un ratto: “E’ una velenosa tendenza a lordare tutto”.




Perfino quelle anime candide come ostie di coloro che, foraggiati da governi e organizzazioni neoclonialisti (come è il caso dimostrato di gran parte delle dozzina di Ong le cui navi sguazzano tra Sicilia e Libia, o tra Grecia e Turchia), istigando i corrispondenti a terra a sacrificare esseri umani su barcarole ad affondamento garantito: niente affogati, niente Ong). Tutto il resto del pezzo è uno spurgo di odio contro chi cerca di mettere un minimo di mordacchia ai trafficanti Ong. Naturalmente non si fa mancare, il dirittoumanista con croce di ferro di prima classe, lo sbertucciamento del Procuratore di Catania Zuccaro che ha osato sollevare il coperchio sul verminaio Ong. Nessuna sorpresa: Luigi Manconi è anche quello che avete visto a innumerevoli conferenze stampa sulla denuncia dell’abietto Al Sisi, assassino a prescindere di Giulio Regeni, l’uomo degli spioni e massacratori John Negroponte e Colin McColl. Un sorosiano perfetto.

Ma cosa ci sarà mai di così offensivo e iniquo in questo codice dagli 11 punti proposto da Roma e dall’UE agli scafisti Ong e che tre già si sono rifiutati di firmare, tra cui Medici Senza Frontiere (i nuovi missionari, con discrimine occidentocentrico incorporato, alla Zanotelli,  lanciati in colonia dal fondatore e ministro bellicista di Sarkozy, Bernard Kouchner, quelli che io ho incontrato in Somalia, ovviamente dalla parte dei colonialisti, quelli che a Misurata curavano solo chi ammazzava gheddafiani, stuprava gheddafiane e scuoiava libici neri, quelli che ad Aleppo, sempre dalla parte sbagliata, propagavano fole in combutta con i celebrati “elmetti bianchi”, per non dire altro)? Non devono entrare in acque libiche, dove entravano in base ad accordi radio, telefonici e luminosi con i banditi sulla costa; non devono nascondersi agli occhi delle navi degli Stati spegnendo il transponder; la devono smettere di fare i taxi del mare trasferendo migranti da imbarcazione a imbarcazione; non devono ostacolare le operazioni della Guardia Costiera libica. E devono accogliere a bordo ufficiali di polizia giudiziaria che possano indagare, utilmente fin da subito, su chi traffica in umani e come e con chi e perchè. E devono raccontare al colto e all’inclita chi gli permette di solcare i mari con tanto di avanzatissime flotte tecnologiche, costosissime per gestione, manutenzione, rifornimenti, “rimborsi spese” e battendo tanto di bandiere una più strana dell’altra e addirittura di paradisi fiscali noti per lo stratosferico tasso di criminalità.

E dunque questi privatizzatori dell’operazione di trasferimenti biblici di popolazioni ai danni di chi parte e di chi riceve, si rifiutano di farsi controllare, di essere trasparenti su chi li finanzia, di far vedere come operano a chi ne ha titoli giuridici. Il responsabile in Italia di MSF raglia di militarizzazione, di offensivo uso della armi a violazione del carattere umanitario delle operazioni. Cosa hanno da nascondere codesti salvatori se non il lato oscuro del loro operare e del sistema nel quale sono inseriti. Lato oscuro che va ben al di là della copertura di un partner delinquente che un ufficiale di polizia giudiziaria potrebbe individuare e la cui identificazione e cattura potrebbe, magari, compromettere un po’ di oscure relazioni.



Tutta queste gente delle Ong, altrove impegnata a destabilizzare paesi,“antidemocratici” perchè renitenti alla leva imperialista, non s’è mai vista, in barca, in tenda, in clinica, o in piazza, contro i genocidi dal Vietnam ad oggi. Anzi, gli antesignani di “Jugend rettet”, la Ong marinara tedesca reclamizzata dal “manifesto”, sono quelli della famigerata Cap Anamur, dai capitani e dirigenti processati per traffico di esseri umani, che raccattava boat people al largo del Vietnam massacrato dagli Usa e poi del Kosovo divorato dai terroristi Nato e UCK, per poi sbatterli sui tavoli di redazioni militarizzate dalla Cia). Gente che non s’è mai vista in zone difese dai patrioti di paesi aggrediti dall’Occidente, non si sono mai uditi gridare che i soggetti che strappano all’Africa gli vengono messi a disposizione da coloro che si sono presi il 40% delle terre coltivabili del continente. Se si ricorda tutto questo, si capisce perchè di controlli e regole non ne vogliono sapere. Ma stiano tranquilli: il codice non ha nessuna forza vincolante. E’ una proposta, da prendere o lasciare. Carta straccia finchè il parlamento non la trasforma in legge. Cosa che non farà mai. Non per nulla George Soros s’è visto sottobraccio a Gentiloni appena l’ottimo PM Zuccaro di Catania ha sollevato il tappeto.

Qualcuno mi ha chiesto, con aria provocatoria, se io fossi pro o contro la “missione italiana in Libia”. Non mi ci è voluto niente per dire che sono contro qualsiasi iniziativa di questa banda di briganti di passo che, spolpato il proprio popolo, insieme a correi, si avventa ora su altri. Però, occhio, precisando che sono con ancora maggiore indignazione contro questi sciagurati ipocriti dei salvataggi che promuovono salvataggi e abbisognano di rischi di annegamento e, a monte, dello sradicamento di popolazioni di là e di crisi sociali e antropologiche di qua. C’è chi li ammira: Soros, Rothschild, gli scontristi di civiltà, i predatori del Sud perduto, i globalizzatori dell’esistente, “il manifesto”.

In un mio recente viaggio in Grecia per il documentario che vorrà illustrare le malefatte dell’UE e della Troika, al vecchio aeroporto di Olympic Airways, abbandonato su ordine tedesco, ho cercato di riprendere un gruppo di attivisti dell’ OIM (Organizzazione Mondiale dei Migranti, semi ONG e semi ufficiale). Un poliziotto, intervenuto con modi brutali, mi ha minacciato d’arresto se non avessi subito cancellato quelle immagini. Al mio amico e guida. Panagiotis Grigoriou, storico, etnologo, studioso della crisi greca, ho chiesto una spiegazione. La sua risposta, che ci riporta direttamente al Canale di Sicilia.

Sempre di più la vicenda dei migranti diventa un segreto. Un segreto anzitutto da parte delle stesse Ong. Ong che godono spesso di finanziamenti occulti e, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato. Uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, del numero di migranti che può, o vuole, accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le Ong che gestiscono un problema effettivamente in piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico dentro al quale farle operare..”




lunedì 31 luglio 2017

SOMALIA, CON CHI STARE






A proposito della “Risposta di un africano a Zanotelli” mi preme una rettifica a questo periodo:

“Perché Alex non ha il coraggio di puntare il dito contro chi sta creando i terroristi in Africa, a cominciare dai BokoHaram in Nigeria e Al Shabaab in Somalia? Crede davvero che in Somalia si divertano a fare una guerra civile da trent’anni? A chi giovano questi terroristi se non al neocolonialismo? La War on terror non è forse la nuova evangelizzazione del continente africano? Se vogliamo rompere il silenzio sull’Africa diciamo di chi è veramente la colpa. Quale altra potenza conosciamo impegnata a destabilizzare l’Africa ed il mondo intero con il terrorismo?”

Qui l’autore, che come me conosce l’Eritrea, mostra di non conoscere la Somalia e di cadere anche lui nella trappola delle mistificazioni/diffamazioni della propaganda imperialista e neocolonialista. Sebbene qualche tempo fa un gruppo del grande movimento islamico di liberazione nazionale Al Shabaab, si sia dichiarato seguace di Isis, o, se si vuole, dello Stato Islamico, immediata ne è stata l’espulsione da parte della direzione del movimento. Le foto che dilagano in rete di formazioni Shabaab con vessilli jihadisti favoriscono l’equivoco. Non so di ulteriori affiliazioni, se non quello che, con automatismo sospetto, ad Al Shabaab vengono attribuite dai soliti media mercenari. Si tratta di giustificare un’occupazione coloniale attuata mediante l’utilizzo di una feroce forza “interafricana”, UNOSOM, promossa dall’ONU con l’impiego di soldataglie dei paesi vicini ostili alla Somalia, colpevole di innumerevole atrocità ai danni dei civili, assistita da sempre più massicce incursioni di forze speciali, bombardieri e droni Usa, e affidata al governo di una successione di fantocci mai eletti da nessuno, ma creati a tavolino a Gibuti o a Nairobi dai colonialisti e loro clienti africani.

L’equiparazione a Boko Haram e altre forze terroristiche legate all’Isis è impropria, come è abusivo, improprio e funzionale agli interessi neocoloniali l’uso del termine “terroristi” per Al Shabaab. Mentre tutte le formazioni terroristiche legate a Isis o Al Qaida si sanno e sono dimostrate create, istigate e foraggiate dalle potenze occidentali e da Israele, non v’è nessuna indicazione che questo sia il caso per i ribelli somali. Tutte le manifestazioni di Isis e affini sono finalizzate a destabilizzare i paesi in cui avvengono, nell’evidente interesse del neocolonialismo e dell’imperialismo: dai paesi arabi alla Nigeria, all’Afghanistan, al Pakistan, alle Filippine, agli Uiguri dello Xinjiang, all’Europa. La lotta degli Al Shabaab invece è direttamente contro i regimetti filo-occidentali installati dall’imperialismo, ai suoi protettori Usa e Nato, ai loro complici africani (Kenya). Mi pare una differenza decisiva. E se tutte le formazioni terroristiche scaturite dai progetti e dalle strategia occidentali fanno sistematicamente strame di civili, ovunque, agli scopi noti della frantumazione sociale, dello spopolamento, dell’emigrazione, della militarizzazione repressiva, questo non è mai avvenuto in Somalia, dove le operazioni militari di Al Shabaab sono sempre dirette contro il regime imposto e i suoi sponsor.

 Farrah Aidid

Ma facciamo un po’ di storia. MI è capitato di essere inviato in Somalia nel 1991, pochi mesi dopo il rovesciamento di un  autocrate di lunga lena, Siad Barre, prima leader patriottico anticolonialista e alleato degli URSS ai tempi delle grandi decolonizzazioni, infine, a vento cambiato, fattorino degli Usa e feroce repressore del suo popolo. Dopo di me, per il TG3 venne Ilaria Alpi. Il defenestramento di Barre era dovuto a una rivolta dell’esercito sostenuto  da un’insurrezione di massa, guidata dal generale Mohamed Farah Aidid. Trattandosi di persona indipendente, patriottica, anticolonialista, espressione della popolazione somala, che ho avuto l’onore di conoscere e il piacere di intervistare, in Occidente gli si contrappose il solito burattino, tale Ali Mahdi, caporione tribale, del tutto incapace di contrastare la rivoluzione nazionale guidata da Aidid. Occorreva intervenire con più pesantezza per garantire al meglio il recupero della Somalia, collocata in posizione strategica sulla soglia dell’Oceano indiano e all’imbocco del Mar Rosso e Golfo Persico (quanto l’Eritrea!), o, al peggio, la solita condizione di caos e di Stato fallito, incapace di svolgere un qualsiasi ruolo di disturbo agli interessi occidentali. 

E parte la Missione Nato Restore Hope, in cui americani e italiani si distinguono per efferatezze ai danni dei civili e delle donne, sconfitta nel 1995 dalla resistenza popolare guidata da Aidid. L’Etiopia, caposaldo imperialista nel Corno d’Africa, che già aveva divorato un buon terzo della Somalia (l’Ogaden), dà una mano con ripetute invasioni, regolarmente respinte. Ali Mahdi scompare, ma Aidid, ora presidente della Somalia, viene ucciso in un epigonale scontro con miliziani residui di Ali Mahdi. Da allora è il caos, accanitamente perseguito dai soliti interessi.


La resistenza somala si riorganizza contro l’ennesimo “governo provvisorio” installato dai colonialisti, con l’Unione delle Corti Islamiche, organizzazione sociale storica, di segno moderato (esclude la Sharìa) e dotata di grande appoggio popolare, che passa alla lotta armata e contemporaneamente dà a Mogadiscio e al paese un assetto di pace e di riorganizzazione istituzionale. Sono, dopo 17 anni, i primi momenti di tranquillità e normalità per una popolazione saccheggiata e decimata dal recupero neocolonialista. Un massiccio intervento Usa, accompagnato dall’ennesima irruzione militare etiopica pone fine a questa prospettiva di riscatto della nostra ex-colonia. Una ex-colonia depredata e il debito nei cui confronti l’Italia ha voluto pagare inondandola di massacri bellici e di rifiuti tossici con gli sporchi traffici tra servizi e mafie e signori della guerra locali. Rifiuti tossici, anche nucleari, sepolti sotto nuove strade e terreni agricoli che hanno causato devastanti morie di abitanti e bestiame. Ilaria Alpi e Miran Hovratin, miei colleghi, che scoprirono questi crimini, dai loro autori e complici furono poi eliminati. E la vergogna dell’impunità di questi bonzi delle nostre istituzioni persiste.

Ci fu poi la fase della demonizzazione dei somali con la campagna contro i “pirati”, tesa a liberare le acque territoriali somale da pescatori che ne traevano sostentamento per una popolazione in preda a carestie e denutrizione, per lasciare mano libera ai predatori delle flotte pescherecce delle compagnie del Nord del mondo.

Dalla sconfitta delle Corti Islamiche nacquero gli Al Shabaab. E siamo ai giorni nostri.

Ci siamo coperti di delitti e vergogne come potenza coloniale, come partecipi di aggressioni e sterminii, come avvelenatori che rasentano il genocidio, come  istigatori di migrazioni di massa che sterilizzassero la Somalia e abbattessero salari e diritti dei nostri lavoratori, come assassini di due nostri bravi giornalisti che avrebbero inchiodato i delinquenti di regime italiani alle loro responsabilità. Non aggiungiamo ulteriore supporto ai barbari schierandoci dalla parte sbagliata. Oggi come oggi, gli Al Shabaab sono una forza di resistenza popolare a colonialismo, imperialismo, sguatteri africani corrotti e asserviti..

Forse qualcuno scoprirà che, invece, come i jihadisti sparsi qua e là dai globalizzatori di morte e distruzione, anche gli Shabaab non servono ad altro che a mantenere la Somalia nel caos  Che anche di loro le fila le tirano i barbari. Però oggi è così che non ammazzano o seviziano civili somali, ma gli invasori e traditori del paese. Cosa faranno questi combattenti somali in futuro sta in grembo a Giove e noi ci regoleremo di conseguenza.