venerdì 25 maggio 2018

A MELENDUGNO CONTRO IL TAP E ALTRE GRANDI DEVASTAZIONI



Domenica, a Melendugno (Lecce), sulla cui spiaggia di San Foca dovrebbe abbattersi il gasdotto TAP  dall’Azerbaijan , imposto alla Puglia e all’Italia per stroncarci i rifornimenti dalla Russia, meno costosi e più vicini, verrà presentato il mio documentario “O la Troika o la Vita – Epicentro Sud”, che illustra le metodologie per uccidere paesi e nazioni economicamente, ambientalmente, socialmente e militarmente. 

Si passa da uno scenario mondiale, caratterizzato dal cannibalismo delle élite finanzmilitariste occidentali, alla Grecia, letteralmente genocidata, al Mediterraneo destabilizzato da flussi migratori indotti dalla strategia di svuotamento dei paesi dalle risorse da rapinare, all’Italia della devastazione fossile di terre e mari tramite TAP, piattaforme marine, gasdotto Adriatico della Snam, stoccaggi concentrati in zone a rischio sismico, fino ai territori terremotati caratterizzati da scandali, inefficienze e incurie, finalizzate a provocare l’abbandono demografico e il cambio di destinazione d’uso di terre ricchissime di patrimoni culturali e ambientali. 

Si chiama distruzione di autodeterminazione e sovranità, da quelle nazionali a quelle locali

martedì 22 maggio 2018

Italia, Iraq, Venezuela, Nicaragua, Armenia… ELEZIONI E RIVOLUZIONI COLORATE. Ma la geopolitica?


 

Calcinculo
C’è stato, da un emisfero all’altro, una serie di sgrulloni politici, con elezioni e colpetti di Stato da piazza, detti regime change, o rivoluzioni colorate e anche di velluto. Ne tratterò, se consentite, a volo d’uccello, magari con superficialità sul piano dei dati, dei fatti, di primattori e figuranti e della storia. Ma proverò a individuarne quel perno i cui termini gli amici del giaguaro, quelli scoperti e dichiarati, hanno ogni interesse a rovesciare nel contrario e che gli amici del giaguaro mimetizzati, con dietro la massa di spinta dei loro utili idioti, fingono non conti niente, o addirittura non esista. Di solito perché prima viene l’avanguardia operaia, anche dove non c’è, e la priorità va data all’accoglienza dei migranti, ai matrimoni gay e all’adozione da parte di genitori unisex, alle cravatte di Di Maio.

Avete presente la giostra detta “Calcinculo”? Dove intorno a una colonna centrale si ruota velocissimi su seggiolini attaccati a funi d’acciaio che si inseguono e permettono di prendere a calci nelle chiappe quello che ti gira davanti. Una metafora dello Zeitgeist, dello spirito del tempo, i cui guru trasmettono all’omino comune la lezione di vita: primum fottere l’altro, in un eterno circuito di calci in culo reciproci, tutti contro tutti e non si salva nessuno, ma con quel retrogusto di sodomia che fa contenta perfino la Chiesa. Il perno al centro, invece, manovra lo spasso, sta fermo, si gode lo spettacolo e si becca i soldi. Poi, esaurita la clientela e lasciatosi dietro una scia di lividi, il perno raccoglie i suoi strumenti volanti e si sposta verso nuovi inchiappettamenti. Quando gli ematomi dei primi si attenuano, ecco che l’impianto si ripresenta. E ricomincia il giro.

E’ da secoli che si va avanti così. Oggi peggio che mai. La chiamano con un vezzeggiativo: competizione. Quando la giostra parte, di solito si lascia dietro un terreno spoglio e bucherellato, qualche bullone arrugginito, uno spezzone di corda, stecchini di zucchero filato, una scarpa volata via e mai ritrovata. Dove stava l’impianto non cresce più nulla. Tipo Libia, o Siria, o Grecia. E questo si chiama, se vuoi, geopolitica. L’imperialismo lo sa e la pratica. Le sedicenti sinistre fanno finta di niente. Mentre è qui che, alla resa dei conti, si decide come va a finire tra alto e basso, tra bassotti e altotti.



Italia da destruens a construens
Dell’Italia e delle sue elezioni è presto detto. Dato che finora abbiamo solo programmi belli/brutti e nomi buoni/cattivi, ci asteniamo (io e i miei simili) dall’ inserirci nel grottesco tsunami destro-sinistro con cui mostri e mostriciattoli, nazionali e internazionali, spurgati dal passato, fin d’ora si accaniscono su un futuro politico, economico, sociale, culturale, di cui non si può ancora vedere neanche l’antipasto. Ho anch’io grosse perplessità su certi nomi tratti dalle macerie dei disastri neoliberisti (raccapricciante era stata la prospettiva della sorosiana di Limes, Emanuela Del Re, agli Esteri), ma due aspetti mi confortano: la grande maturità, intelligenza e autonomia dai veleni manipolatori del sistema e dei suoi lacchè mediatici, che ha fatto scegliere alla maggioranza dei votanti di buttare dalla torre la marmaglia che, agli ordini dei cacicchi euro-atlantici, ci ha mentito, depredato, annientato.



L’altro aspetto è “il pianto e lo stridor di denti” che si leva da tutti coloro cui improvvisamente si presenta l’ipotesi di essere cacciati dalle tavole inbanchettate dalle quali sghignazzavano sugli incapienti che li osservavano con il naso schiacciato sui vetri. Come pure da paggi e ancelle che gli servivano i pannolini caldi con cui pulirsi le mani. Più questi piangono e stridono e più siamo soddisfatti. Più si contorcono le viscere al “manifesto” e a “Repubblica” e più godiamo come scimmie. Quando si vedrà qualche fatto del nuovo assetto, assumeremo la posizione del caso. La nostra meta resta la rivoluzione, non ci piove. Ma pare che non sia aria. Per ora non ci resta che perorare, con Bacone, la fase destruens di quanto c’è. Quella construens verrà quando il popolo elettore, o combattente, farà un altro passo.

Iraq, bella vittoria, ma occhio alla quinta colonna
Conosco e amo l’Iraq, antico, giovane, forte, nobilissimo, bello, dal 1977. Gli ho dedicato quattro documentari: “Genocidio nell’Eden”, “Popoli di troppo”, Un deserto chiamato pace” e “Chi vivrà…Iraq!”, titolo, questo, dedicato alla resistenza anti-Usa, ma che mi pare torni d’attualità. Pur avendo tra i piedi migliaia di americani, falsi amici e creatori e subacquei sostenitori delle orde Isis, pur avendone sofferte più di qualsiasi altro paese nel mondo dal dopoguerra mondiale a oggi, con infrastrutture, produzione, coltivazioni, istituzioni, annichilite, un genocidio di 3 milioni, l’Iraq ha resistito e, almeno contro il complotto atlantico-sionista-jihadista, ha vinto. E’anche riuscito ad addomesticare il separatismo curdo-israeliano e a riprendersi Mosul e Kirkuk. Gli Usa gli avevano sfasciato l’esercito, uno dei più efficaci nelle guerre contro Israele, e poi tutti a sghignazzare per come queste forze sbrindellate, improvvisate, disarmate. avessero ceduto di schianto davanti all’assalto di Al Baghdadi (lui, sì, ampiamente rifornito da aria e da terra dalla nota “coalizione a guida Usa”).



Alle elezioni politiche è arrivata prima (54 seggi) la non sorprendente coalizione “Sairun” di sadristi e comunisti. Dei secondi, storica quinta colonna controrivoluzionaria che, su diktat di Brezhnev, remava contro l’emancipazione civile e sociale e l’antimperialismo della rivoluzione del Baath, il ruolo assomiglia a quello di altri PC nel Terzo Mondo, dalla Bolivia che si vendette il Che, al Cile e all’Argentina delle profferte di collaborazione con i Gorilla. Giustamente premiate con 47 seggi, seconde, le milizie popolari scite-sunnite di “Fatah”, dirette da Hadi Al Amiri, quelle alle quali va il massimo merito della vittoria sull’Isis. Terzo , con 42 seggi, l’attuale primo ministro Al Abadi, che non a torto si è intestato la vittoria anche lui ed è uno che prova a barcamenarsi tra influenze opposte.

Moqtada al Sadr, uno Scilipoti col turbante e con gli artigli.
In vista di un’inevitabile coalizione, il pericolo per l’Iraq è il religioso Moqtada Al Sadr, una specie di Masaniello al tempo dell’invasione americana, che però molto comiziava e, diversamente da quanto gli viene attribuito, molto poco faceva sul piano della resistenza armata. Che era interamente ed eroicamente sostenuta per oltre un lustro dal Baath e dai saddamisti. Tanto che gli Usa non gli sfiorarono mai il turbante nero. A un certo punto si trasferì a Qom, in Iran, per perfezionare gli studi e diventare Ayatollah, intento in cui fallì. Fallì anche nel tentativo di farsi nominare dai protettori iraniani del nuovo Iraq loro fiduciario a Baghdad. Giustamente gli iraniani non si fidarono. Così il disinvolto manovratore di alcuni settori della Baghdad impoverita e capo di un “Esercito del Mahdi” che non ruppe mai neppure un uovo nel paniere degli occupanti, si rivolse alla controparte: nientemeno che all’estremista, insieme a Israele sbattitore di sciabole anti-Iran, Mohamed bin Salman, erede al trono saudita.

 Moqtada e Mohamed bin Salman

Oggi, con le garanzie dategli da Riyad, vorrebbe farsi vindice di un Iraq autonomo, nazionalista, pluriconfessionale (lui fino a ieri scita oltranzista), però alleato con i secessionisti curdi del gangster Barzani e virulentemente anti-iraniano. E anti-milizie popolari di Fatah, sostenute ed armate dall’Iran. Quelli che da anni denunciano le interferenze americane e ne rivelano i legami con l’Isis, sia nella battaglia di liberazione, sia nell’attuale ondata di attentati contro civili, tesa a mantenere l’Iraq in ginocchio. Ecco che, con il “manifesto” che si esalta per il termine “comunista” inserito nella coalizione di Moqtada, risulta lampante che questo religioso dallo sguardo torvo è l’uomo dell’imperialismo e dell’offensiva colonialista israelo-saudita. Cosa ci dice la geopolitica, offuscata dal chiacchiericcio sinistro-destro sulle alchimie di regime a Baghdad? Ci dice che o l’Iraq sta con l’Iran, o la sua fenomenale vittoria sul mercenariato imperialista resterà una meteora che passa veloce nel cielo buio del Medioriente.

Caracas, Stalingrado latinoamericana.
A forza di quante volte e quanto spesso si vota in Venezuela (pare la Jugoslavia di Milosevic), per queste presidenziali ha messo il dito nell’inchiostro appena il 47%. Più stanchezza e sicurezza da sondaggi che davano Maduro in largo vantaggio, che il boicottaggio proclamato dall’opposizione del MUD. Perché, se ci fosse stata una pervasiva volontà del popolo a uscire dal chavismo e cacciare Nicola Maduro, l’occasione glie l’avrebbe data Henri Falcon. Ex-chavista di rango, l’uomo è il classico rinnegato della rivoluzione che si era illuso di sentir spirare un vento antibolivariano, perfino tra molti sostenitori fin qui resistenti alle sirene del benessere assicurato dalle stesse forze esterne ed interne che per decenni avevano tenuto il paese alla mercè di quattro vampiri petrolieri e latifondisti e delle multinazionali Usa. Ha preso il 21,1% rispetto al trionfale 68% di Maduro. Flop formidabile alla luce di quanti disagi ha dovuto sostenere negli ultimi anni il popolo. Popolo che, evidentemente, dell’emancipazione bolivariana ha saputo fare patrimonio morale e intellettuale. Sanno bene cosa succederebbe a loro e ai popoli fratelli nel caso che vincesse il disegno amerikano.



Tutti si strappano i capelli per le disastrose condizioni economiche e per il costo sociale sostenuti dalla società bolivariana, con prezzi alle stelle, inflazione siderale, carenza dell’essenziale per sanità e alimentazione. Nessuno si ricorda dei due anni di guerra civile tentata dalla reazione foraggiata dagli Usa, con le relative morti e devastazioni. Nessuno fa caso a una feroce guerra economica condotta da quanto purtroppo permane in Venezuela di potentati economici, i terratenientes non ancora espropriati, banche e soprattutto grande distribuzione non ancora nazionalizzate e che hanno accanitamente lavorato a produrre penuria, imboscamenti e contrabbando con la vicina e ostile Colombia stelle e strisce. Qualcuno si ricorda, ma con rabbia, delle unghie tagliate ai grassi compradori, delle terre e case assegnate ai poveri, dell’istruzione universale gratuita e delle decine di università e cliniche aperte in tutto il paese.

Questa guerra, di fronte al contraccolpo subito, aumenterà di intensità. Gli psicopatici dell’apocalisse concentrati a Washington hanno subito annunciato nuove sanzioni, “a castigo di elezioni fraudolente che confermano una dittatura”. Nessuno degli osservatori da 30 paesi ha visto una sola irregolarità nel sistema di voto elettronico, giudicato il più avanzato e corretto del mondo. Sconfitta e risconfitta, in piazza e nell’urna, fortunatamente l’opposizione è divisa e senza proposte credibili. Intensificherà la collaborazione con Ong, servizi segreti esteri e la ultrareazionaria Chiesa del cardinale Parolin, segretario di Stato di Bergoglio,

A prescindere dalle carenze e dagli errori del governo bolivariano, sui quali tanto intingono i loro biscotti avvelenati i vari analisti, il nodo è geopolitico. Alla resistenza del Venezuela, capofila dell’Alba e di fronte ai cedimenti di Cuba ed Ecuador e le difficoltà del Nicaragua, sono legate le sorti della Bolivia di Morales. Non solo. Quelle dei popoli di tutto il continente e del ruolo costruttivo che per molte parti vi svolgono Russia e Cina. Il ricordo dell’Operazione kissingeriana del Condor, con i suoi eccidi, le sue torture, la sua fame, è vivo.
Un Nicaragua tipo Honduras?
Nel “manifesto”, Pieranni su Cina e Nordcorea, Battiston e Giordana su Afghanistan, Yuri Colombo su Russia, Claudia Fanti su Africa, Chiara Cruciati su Egitto, curdi e Medioriente, Marina Catucci sul primato morale e politico di Hillary, condividono, con coerenza e passione, seppure inghirlandato di dirittoumanismo, il punto di vista di Soros e dei suoi mandanti al Pentagono e al Dipartimento di Stato. Nei loro vasti domini cartacei e online, a volte si inserisce il pigolìo geopoliticamente corretto di Manlio Dinucci, forte in una rubrichetta in fondo alla pagina e in fondo al giornale. E fa un certo effetto vedere come questo francobollino, insieme a quell’altro della testatina “quotidiano comunista”, affranchino un pacco che è davvero un formidabile…pacco.

Nel quale in questi giorni ci arrivano, ormai del tutto sciolti da pudori e cosmesi sinistri, le cronache di tale Gianni Berretta dal Nicaragua incasinato nella classica rivoluzione colorata. Che per Berretta colorata non è per niente, bensì una rivolta democratica contro la tirannia della coppia orteghista al potere. Siamo nel solco dei lobbisti, con stella di David e stelle e strisce, come Guido Caldiron (ora al “manifesto”) che, da Liberazione, inneggiava alle adunate colorate della destra fascista libanese mirate a togliere a Israele il disturbo di Hezbollah. E come altri affini, a seguito di rivoluzioni varie, delle rose, dei gelsomini, dei garofani. Comunque di velluto, comunque intese, riuscite o meno, a costringere quei paesi sotto il segno di quella stella di Davide, di quelle stelle e strisce. Con tanto di milioncini di Soros. Già utilizzati per l'impresa hillariana del colpo di Stato in Honduras.



Una Maidan armena
Come ultimamente in Armenia, dove il parlamento democraticamente eletto e con chiara maggioranza filorussa, si è lasciato sopraffare dalla piazza capeggiata da un tribuno, Nikol Pashinyan, che elettoralmente valeva meno del 10%, ma aveva indosso mimetiche, dollari e sorrisi Usa. Così l’Armenia, amica di Mosca, si unirà all’Azerbaijan, colonia amerikana. Quella da cui dobbiamo importare il gas del Tap per eliminare quello russo, squarciarci l’ambiente e far fare profitti ai petrolieri con la vendita del gas all’estero. Un bel carcinoma geopolitico all’interno del quadro euroasiatico. Putin si è accontentato di generiche assicurazioni di continuità. Del resto i siriani ancora aspettano il sistema anti-aereo russo S-300, mentre Israele li bombarda un giorno e l’altro pure.

In Nicaragua ci sono luci ed ombre. Le ombre sono la concentrazione di potere politico ed economico nel giro attorno a Ortega, denunciata da molti ex-protagonisti della rivoluzione sandinista. Ma in Nicaragua sono stati sottratti alla povertà, pur in un ambiente che sa più di capitalismo caritatevole che di socialdemocrazia, milioni di persone, più di qualsiasi altro paese centroamericano. Del paese gli Usa non tollerano l’indipendenza, la partecipazione all’Alba, il costante schierarsi con il campo antimperialista, i cinesi che costruiscono un secondo canale dai Caraibi al Pacifico che minaccia di ridurre i profitti che loro e il loro cliente locale traggono da quello di Panama.

Non vi ha detto, questo Berretta, con il suo reportage di stile CNN, dove il governo di Managua appare una roba più brutta di Alien, che a scendere in piazza e a provocare una assolutamente stupida ed eccessiva reazione della polizia, con decine di morti, è stato quel che c’è di borghesia nicaraguense e che gli studenti erano quelli delle università private, cattoliche dei gesuiti in testa. Un’altra Maidan. Ma della geopolitica che minaccia di far saltare un'altra posizione nel fronte antimperialista al Berretta del “manifesto” non gliene cale. O forse sì. Ma in senso contrario al nostro.

sabato 19 maggio 2018

Assange al patibolo, Correa a Roma, i barbari nel palazzo --- JE SUIS JULIAN ASSANGE – SIAMO TUTTI ASSANGE




Comunque meglio i barbari
Premetto una nota domestica. Il fatto che a tutti coloro che a me, a noi, suscitano ribrezzo e sacrosanto odio (quanto temono i giustissimi haters!), danno le convulsioni quelli che stanno provando a fare un governo, che, comunque, sarà diverso da tutti i suoi fetidi predecessori, ci fanno superare ansie e perplessità. I nemici dei tuoi nemici non saranno tuoi amici, ma di certo sono una chance migliore di quelli che ci strangolano. Sono saltati alcuni punti che per noi e i 5 Stelle erano cruciali (Jobs Act, Sblocca Italia, Tav, Tap), ma ne basterebbe uno dei tanti altri (Fornero, politica agricola europea; una banca nazionale, revisione missioni internazionali, antiprescrizione, anticorruzione, acqua pubblica, no sanzioni alla Russia, no “Buona Scuola”, no fossili, …..) per rendere le premesse di questo governo il migliore di tutti quelli dagli anni ’80 in qua.

O promettevano e poi facevano meglio i Monti, Renzi, Alfano, Boschi, Lotti, Rosato, Verdini, Madia? Costoro sono stati fregati dal popolo derubato e minchionato e ora tremano all’idea che quelli dal popolo eletti li freghino anche loro.Ne è riprova il sincronico assalto al fosforo bianco che, con bava di fiele alle fauci, destre, centrini, presunte sinistre, dal sorosiano “manifesto”, alle trombe del giudizio di DeBenedetti, Berlusconi e Cairo, al robotino Rothschild Macron, all’élite mondialista del Financial Times, alla lobby con stella di David, hanno scatenato contro i “nuovi barbari”. Fosse vero! E fossero le larve imperiali alla Romulo Augustolo deposte dal barbaro Odoacre, che poi resse un regno finalmente tranquillo, prospero e pacificato, o le scimitarre ottomane che cacciarono gli ultimi Paleologhi, gli ultimi Focas, con i loro transgender eunuchi. A scanso di essere fulminati dagli anatemi dei politically correct al piano di sopra, dei pretoriani di questo imperiuccio d’Occidente o d’Oriente che sprofonda nella palude, noi ci riserviamo di stare con i barbari. Poi si vedrà quel che sarà.

https://www.newsy.com/stories/ecuador-removing-extra-security-at-embassy-assange-lives/ Un breve video su Julian Assange, prima rifugiato ora rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, in attesa di estradizione negli Usa e di pena di morte.


Rafael Correa a Roma contro i rigurgiti
Abbiamo incontrato, il 17 maggio a Roma, l’ex-presidente per due mandati dell’Ecuador, per una conferenza stampa dedicata alla sorte del vicepresidente ecuadoriano Jorge Glas, imprigionato dall’attuale presidente Lenin Moreno. Correa, uno dei leader latinoamericani della linea socialista e antimperialista bolivariano-chavista, è stato il protagonista di quella che fu chiamata “revolucion ciudadana” che cambiò in profondità l’assetto sociale, economico e la politica estera di un paese poverissimo, da sempre colonia spietatamente sfruttata dagli Usa grazie ai proconsoli fornitigli dalla borghesia compradora. Il giro che Correa, al quale è succeduto alle ultime presidenziali, il proprio vice, Moreno, va compiendo in Europa e nel mondo, è per denunciare il vergognoso tradimento del suo ex-compagno rispetto alla politica di emancipazione degli strati popolari e indigeni e di liberazione dalla morsa militare ed economica di Washington. Uno dei più avanzati paesi della famiglia dell’A.L.B.A. (Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador e Honduras prima del colpo di Stato di Obama-Clinton del 2009), ha dovuto subire la feroce controffensiva dell’Impero Al pari di Argentina, Brasile, Venezuela e, ora, il Nicaragua, con la solita “rivoluzione colorata” portata avanti dai settori reazionari interni, dalle Ong sorosiane e dagli studenti delle università private e cattoliche.

Decapitare i semilavorati latinoamericani
Simbolo del ritorno del fedifrago Moreno alle politiche di predecessori che avevano venduto l’indipendenza e le risorse del paese alle basi Usa e alle multinazionali del petrolio, è appunto l’arresto del vicepresidente Jorge Glas che tale carica occupava anche con Correa., insieme a Moreno. Come successo con Lula e Dilma Rousseff, con Cristina Kirchner e Maduro, contro Glas è stata allestita una macchina del fango, basata su false accuse di corruzione. Si vuole spazzare via un altro ostacolo alla ripresa del controllo sul paese da parte del padrone e aguzzino yankee.



I tempi della conferenza stampa di Correa, in gran parte centrata su un sistema mediatico dalla potenza di fuoco senza precedenti storici, non mi hanno permesso di sollevare un’altra drammatica e rilevantissima questione relativa ai complotti che l’imperialismo conduce contro Stati, popoli e individui che ne ostacolano la marcia verso un totalitarismo finanzmilitarista mondiale. Un tema sul quale Correa si va pure impegnando nel corso delle sue visite. E’ la fine che minaccia di subire Julian Assange, insieme a Chelsea Manning e David Snowden uno dei whistle blowers, suonatori di fischietto come vengono chiamati in inglese, che al re nudo americano e ai suoi tanti cortigiani e lacchè ha strappato buona parte dei vestiti.

Un destino che ci riporta all’attualità nostrana, segnata dalla totale scomparsa di una stampa libera, pluralista, onesta e dalla sua compattamento sotto proprietari-editori e finanziatori espressione di una configurazione di interessi che, pur a volte in competizione tra loro, sono indissolubilmente uniti nella guerra dall’alto contro il basso e nella difesa e promozione dello status quo turbocapitalista e antisovranista. Oggi il loro bersaglio, dal “manifesto” ai giornaloni e a tutte le emittenti tv, sono i “barbari” che rischiano di aprire qualche crepa nelle mura che ne proteggono fortilizi, banchetti e caveau.

Julian Assange, inventore e direttore di Wikileaks ha violato per anni l’omertà che i dominanti hanno ottenuto dai loro servi mediatici. A partire dalle rivelazioni sugli orrori delle guerre Usa e Nato, in particolare in Iraq, fino alla pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti e dispacci segreti intercorsi tra cancellerie complici in complotti contro governi, classi e popoli da sedurre, soggiogare, o distruggere, Wikileaks ha il torto imperdonabile di non aver potuto essere silenziata. Per il flusso potente e inarrestabile delle sue notizie, la portata delle proprie rivelazioni, il rilievo delle fonti, Wikileaks è stata l’estremo e massimo argine alla definitiva “normalizzazione” dell’informazione. Da inflessibile sacerdote della verità, nessuna delle notizie di Assange ha mai potuto essere provata falsa, da resistente della libertà di stampa, nessuno è mai riuscito a fargli tradire una gola profonda.

Quando i media fanno i cani da guardia della menzogna
Dal 2012, inseguito da una falsa imputazione di stupro mossagli in Svezia e mai fornita di prove o testimoni, ridicolizzata dal rifiuto dei magistrati svedesi di interrogarlo in tutti questi anni, fino alla totale caduta dell’accusa, Julian si è rifugiato nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, protetto dall’asilo politico assicuratogli da Rafael Correa. Da quasi tre mesi, con al potere a Quito il rinnegato fantoccio Usa, Moreno, gli è stata tagliata la connessione internet e all’edificio dell’ambasciata è stata tolta la protezione contro eventuali tentativi di incursione di Scotland Yard, che Correa aveva fatto allestire. Confinato in una stanza senza luce esterna, malato e sotto enorme pressione psicofisica, con la vista deteriorata, impedito da ogni contatto esterno, Assange rischia l’estradizione.

La stanno negoziando Moreno con Londra e Washington. Una volta estromesso dall’ambasciata, l’uomo che ha messo il più grosso bastione tra le ruote della mafia mediatica occidentale e della politica di morte da questa servita, verrà consegnato agli americani, andrà sotto processo, finirà in carcere e rischierà la pena di morte per “collaborazione con servizi di intelligence ostili” e “alto tradimento”. Glielo hanno assicurato ceffi come Mike Pompeo, Segretario di Stato, e Gina Haspel, la torturatrice vicecapo della Cia, ora nominata da Trump a direttore della stessa.




Gli infiltrati a sinistra
Tra gli organi di stampa che si fanno passare per “liberal”, di sinistra, il più stimato rimane inspiegabilmente il “Guardian”, da lungo tempo distante anni luce dalle sue origini progressiste. Nelle ultime settimane, contro Assange, il quotidiano londinese ha tirato ben tre cannonate. Tutte basate su logore e già smentite fandonie, come la violenza sessuale, i miliardi accumulati da spia con la sottrazione di documenti, l’indubbio lavoro al servizio di Putin, immancabile. Il “Guardian”, che si può definire fratello e corrispettivo inglese del “manifesto”, come l’ultrà sionista “Liberation” lo è in Francia, compone quel trio “di sinistra” della stampa europea che ai politici e agli organi dell’imperialismo fornisce i puntelli morali per le loro operazioni. Che siano la necessità di liberare i paesi dai dittatori, l’obbligo di accogliere milioni di emigranti costretti a lasciare i loro paesi alla mercè delle multinazionali e basi imperiali, o la criminalizzazione di Assange figlio di buona donna russa.

Il trattamento riservato ad Assange, uno dei sempre più rari eroi dell’informazione non coartata e manipolata, è un crimine contro quel diritto di tutti noi che viene dopo il diritto alla vita, il diritto alla verità. Senza quello noi “stiamo come d’autunno sugli alberi le foglie”. Morituri.




Beppe Giulietti , Regeni, Assange
Ricordate con che impeto e compiaciuta rettitudine i nostri giornalisti, dall’organo sindacale, la FNSI presieduta dal cavaliere senza macchia e paura, Beppe Giulietti, ad Articolo 21 e all’ultimo ragazzo di bottega redazionale nel “manifesto” o in “Repubblica”, o quei vindici della deontologia e classificatori dei buoni e cattivi che sono Reporters Sans Frontieres, stipendiati dalla Cia, si sono impegnati per cause umane nobilissime? Ricordate gli stracciamenti di vesti per il collaboratore del masskiller John Negroponte in Oxford Analytica, Giulio Regeni, per la martire che si leva il velo a Tehran, contro il “bavaglio turco”, per i giornalisti uccisi a Kabul dai cattivi Taliban (giornalisti siriani, honduregni o messicani non pervenuti,se la saranno cercata), l’emergenza mondiale del precariato giornalistico, quelli che rompono il naso ai colleghi a Ostia…? Li avete visti in piazza, nei salotti, nelle aule, a ergersi a difesa della vita, libertà e incolumità di chi più di tutti ha fatto per ricuperare credibilità all’informazione e per la libertà di stampa ha sacrificato tutto? Che lo considerino un nemico? E noi? Noi, a cui i primatisti mondiale del falso danno del fake news, seduti sulla riva a vedere passare cadaveri di notizie morte o false, noi che facciamo?

Con Correa abbiamo parlato degli sconvolgimenti in atto nel suo paese e in tutto il continente latinoamericano. Gli abbiamo chiesto se, quando al potere, non si sarebbe potuto andare più avanti, come invocavano tanti militanti, sul cammino dell’indipendenza, della lotta al capitale, delle nazionalizzazioni, della mobilitazione e organizzazione delle masse, per tagliare a imperialismo e relativi ceti proconsolari le gambe prima che potessero rimettersi in marcia. “Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto”, ha risposto, “abbiamo tolto dalla povertà milioni di persone, abbiamo avuto poco tempo e avevamo contro i più cinici e forti poteri della Storia. Compreso quello dei media”. Di cui qui abbiamo trattato.


martedì 15 maggio 2018

DA GAZA AL QUIRINALE Popoli fai da noi, cacicchi fai da me. E i Rothschild




“Ogni volta che siamo testimoni di un’ingiustizia e non reagiamo, addestriamo il nostro carattere ad essere passivi di fronte all’ingiustizia , così, a perdere ogni capacità di difendere noi stessi e coloro che amiamo”. (Julian Assange)

“Si parva licet componere magnis”, premettevano i latini a un azzardato paragone che conducevano tra cose piccole grandi. Procedimento che adotto per passare dalle nostre squallide, ma non del tutto irrilevanti, piccinerie, alle immensità, per una parte orrendamente efferate e, per l’altra, eroiche, di quanto va succedendo in queste settimane e ore tra i palestinesi di Gaza e gli emuli israeliani dei macellai del ghetto di Varsavia.

Cosa ci accomuna, cosa li accomuna
Altra premessa al discorso di oggi è la constatazione di cosa abbiano in comune coloro che hanno portato alla novità di due fenomeni di massa che, fino all’altro ieri, parevano patrimonio di altri, migliori, tempi. E, per converso,  a cosa ci porta l’esame epistemologico circa la natura logica dei comportamenti di contrasto a questi fenomeni. Parlo della rivolta di masse popolari a Gaza impegnate in un movimento, la Grande Marcia del Ritorno, che, dopo anni di delega a rappresentanti inetti, inefficaci, rinnegati, divisi e divisivi, si appropria del tema che fu loro fin dal rifiuto della colonizzazione degli anni ’40 e poi nelle due Intifade degli anni ’80 e ’90. E parlo della cacciata, in Italia, dal proprio orizzonte politico di coloro, la coalizione di destra variamente denominata Ulivo, governo tecnico, larghe intese, renzusconismo. Usurpatori  che dalla fine del secolo scorso, eletti rappresentanti dei bisogni collettivi, queste masse le hanno conculcate, deprivate, escluse.

Avventandosi settimana dopo settimana contro i reticolati dei campi di concentramento in cui un olocausto strisciante li ha rinchiusi, finendo col sottrarre alla passività anche i fratelli in Cisgiordania, tornando ad essere protagonisti del proprio destino, i morituri di Gaza hanno sconfitto i propri carcerieri mostrando come la via della libertà di un popolo passa anche per la morte. Quando un popolo è conscio di sé e non ha più nulla da perdere, la sicurezza del suo oppressore non troverà mai misure sufficienti per garantirne il dominio.
E’ quel popolo, inteso in senso gramsciano che, da noi, non avrà dovuto pagare con una carneficina la propria autonomizzazione nella lotta di liberazione, la sua riappropriazione delle scelte fondamentali, ma, riducendo a brandelli  elettorali i dominanti e decidendo di rovesciare il tavolo sopra il quale banchettavano i propri “delegati”, politici, sindacali, mediatici, se non la morte ha dovuto affrontare (per ora), ma un fronte che nulla ha da invidiare alla mancanza di scrupoli democratici e alla protervia impositiva di Israele e della sua  lobby globale.

De minimis non curat praetor

Mi pare riduttivo, a questo punto, intrugliarmi nelle diatribe, intensificatesi in questi giorni, sul mio sostegno ai 5 Stelle, perlopiù scatenate da rabdomanti frustrati che andavano in cerca di responsabilità altrui per il disfacimento delle sinistre. Lasciatemi precisare ai grilli parlanti che mi attribuiscono, a volte apoditticamente, posizioni e schieramenti, che qui non è in gioco una valutazione di cosa i vincitori delle elezioni sono o faranno. Anzi, da convinto condivisore degli obiettivi dell’originale vaffa, come li ho visti praticare da militanti 5 Stelle sul territorio, come potrei negare perplessità e sconcerto su quanto il loro gruppo dirigente, oggi gravemente personalizzato, va dicendo e annunciando. Il pensiero corre angosciato alla parabola catastrofica di Tsipras. Ma tra le ricorrenze storiche c’è anche quella che ci riconduce al Berlinguer della scelta pro-Nato e pro-compromesso storico. Nessun dubbio che la parabola, chiusasi sulle maleodoranti scorie del PD, se non un inizio, lì ebbe un’accelerazione significativa. Quelli che ne auspicano una ripetizione, stanno tutti in alto e sono tutti nostri nemici, più di Di Maio.

Popoli fai da noi
Conta invece la fenomenale mossa con cui 17 milioni di dominati si sono scrollati dal groppone briglie e morsi che gli imponevano di trascinare  carri e carrozze. Conta che  l’hanno fatto contro una coalizione di potenti inferociti e  di certi “oppositori” (detti di sinistra), alla vaniglia per quelli in alto, alla vasellina per quelli in basso. E le bordate sparategli contro hanno tutta la carica di ferocia, odio, frustrazione, dei Radetzki  e dei Bava Beccaris negli albori milanesi del movimento operaio. E, di là dal mare, i masnadieri invasori, nascosti dietro ai loro terrapieni e resi impuniti e invulnerabili perché protetti dalla divisa dell’ esercito “più morale del mondo” e dal silenzio sulle criminali pallottole e bombe a espansione, a farfalla, a freccette, chimiche, finalizzate a uccidere facendo soffrire il massimo, sono i guardiani di una Fortezza Bastiani terrorizzati dai tartari (che in questo caso, però, ci sono e arrivano a decine di migliaia, domani a milioni). I maggiordomi, mercenari in marsina e Acqua di Colonia che, a Bruxelles, Washington, Londra,  Parigi, a Berlino, Roma, eseguono gli ordini di servizio degli stessi mandanti, con o senza kippà, puntano allo stesso effetto invalidante, di coma cerebrale, mediante le armi della menzogna, delle false notizie sparate contro quelle vere, della diffamazione, della pioggia di cavallette se solo apri bocca.


Voto disobbediente e bullismo presidenziale
Sono a pari merito stupri della libertà e assassinii della democrazia. Milioni di italiani si vedono posti sul banco degli imputati per aver votato in modo difforme dai gusti dell’establishment, populista, cioè per se stessi. Per aver pensato che non sia né bene né giusto deregolamentare, privatizzare, militarizzare, inquinare, distruggere ambiente, salute, lavoro, istruzione, condurre guerre, corrompere tutto e ogni cosa, governare insieme a mafia, massoneria e Nato. E subire tutto questo a beneficio di pochi eletti incistati in banche e oasi di lusso su diktat di una manica di abusivi che brucano gli ubertosi prati pasciuti dalle nostre tasse a Bruxelles e Francoforte. I quali, da Moscovici al cenobio ormai catacombale del Nazareno, dai soloni del principato mediatico delle fake news agli sguatteri buonisti che, per confonderci e alienarci tutti quanti, strappano e alienano popolazioni alle proprie radici e a un degno futuro, hanno sollecitato Mattarella a farsi Napolitano Tris. Anzi, ad allungare il passo: dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale.

Tentato l’affondo di un suo governo, con proterva ipocrisia definito “neutrale” (alla maniera degli arbitri di Moggi), beccato con le mani nella marmellata, l’ex-ministro della Difesa che ci difendeva massacrando la Serbia di bombe, il presidente che ha firmato tutte le malefatte PD, incluso il Rosatellum, che non si è fatto scrupolo di ricevere, anche a quattr’occhi, nel supremo palazzo della Repubblica il delinquente Berlusconi, si è permesso di porre “dei paletti”. Paletti come saracinesche nelle quali rinserrare fino all’estinzione, o alla resa, chi non si fa tappeto rosso per le scarpe laccate dell’evasore Juncker, per le marce contro Putin e tutti i nemici degli Stati terroristi, chi non rifornisce di munizioni e patte sulle spalle i valorosi antisemiti che in Medioriente eliminano dalla faccia della Terra i semiti (intesi come arabi, gli unici che semiti sono).

A questo punto, visto che, o si corre in tradotte “austerity” di terza classe, sui binari imposti dai buro-despoti di Bruxelles, dallo sradicatore di popoli Soros e dai tagliagole della Nato, per completare la spoliazione e sottomissione dei popoli, o Mattarella ti cancella, cosa cazzo si vota a fare?

Davide e Golia
C’è uno che, per come fustiga i falsari dei grandi media, si erge a vessillo della libertà di stampa, dell’indipendenza dei giornalisti, della deontologia nella professione. Nel giorno in cui uno Stato, che per tasso di criminalità e sadismo non ha precedenti su questo e sicuramente su altri pianeti, celebra un genocidio che su quello nazista ha il vantaggio di durare sette volte tanto, titola: “Così il piccolo Davide si salvò dal Golia arabo e fu Israele”. Le due pagine che seguono e con cui Travaglio definitivamente disonora le parti e le firme rispettabili del Fatto Quotidiano (nessuna delle quali presenti nelle pagine di esteri, appaltate alla lobby), sono alla bassezza di questo sciagurato rovesciamento della verità.
Dalla fola del “ritorno alla terra degli avi” di genti  eurocaucasiche che, da quando esistono,  da quelle parti non ci avevano mai messo il naso, alle falsità sui dati demografici alla base dell’iniqua spartizione dell’ONU, dal silenziatore sugli inventori ebrei dello stragismo terrorista con le bande Stern, Irgun e Haganah, che poi spurgarono primi ministri assassini seriali di massa, al piagnucolìo sui poveri e deboli scampati all’olocausto (garantiti diplomaticamente e riforniti di ogni bene militare da tutte le grandi potenze) che dovevano vedersela con l’immane forza degli eserciti arabi. Con questi, infatti, sbrindellati, armati alla ‘800, da poco usciti dallo scontro con l’impero ottomano e dalle guerre di liberazione anticoloniali, per il “Davide” israeliano, sostenuto da Mosca, Washington, Londra e vassalli vari, come da un’opinione pubblica decerebrata da quella che l’ebreo Finkelstein chiama “L’industria dell’olocausto”, la partita era vinta prima di incominciare.

Israele: Il troppo stroppia


Obnubilazione che durava ancora nel 1967 quando, da inviato di Paese Sera alla “Guerra dei Sei Giorni”, a raccontare le atrocità di Tsahal sui villaggi palestinesi che vedevo, mi dovetti scontrare, non solo con la censura israeliana, anche con un direttore fedele alla linea del PCI che la vedeva come Travaglio oggi. Come sul Vietnam, un’altra verità emerse allora da un giornalismo ancora relativamente libero, il PCI cambiò posizione, il direttore di Paese Sera venne sostituito e, nel mondo, iniziò una lenta, progressiva presa di coscienza per cui l’arcaica equazione dei pifferai sionisti alla Travaglio andava invertita. Oggi la trafelata corsa alla compattezza filosionista dei media è, per converso, il segno del timore che quella coscienza possa minare alla base uno dei pilastri che sorreggono la cupola del finanzmilitarismo mondiale. Ne è dimostrazione la furibonda campagna di Israele e della  lobby contro il movimento BDS: boicottare, disinvestire, sabotare.

Gli oltre cento morti dell’orrenda carneficina di Gaza, gli oltre 10mila feriti e perlopiù mutilati, le migliaia di morti da Piombo Fuso del 2008 e successive, le centinaia di migliaia di seviziati, incarcerati, torturati, i milioni di sradicati, le decisioni dell’ONU tutte ignorate e sbeffeggiate, l’ininterrotta, feroce aggressività nei confronti di chi resiste, di chi si oppone, di chi critica, di chi non plaude, i ricatti che sfruttano le vittime dei nazifascismi, le 400 bombe atomiche agitate per ridurre all’impotenza  chiunque si trovi nel mirino dello Stato Gangster e della sua lobby, il cannibalismo nei confronti dei popoli vicini.


E dall’altra parte un popolo intero, privato di cibo, acqua, energia, salute, rinchiuso in una Auschwitz tra deserto e mare. E i suoi ragazzi, le sue donne, con fionde e pietre rubate ai secoli della Bibbia, contro il quarto più potente esercito del mondo, il più immorale, il più vile. Nella Storia, domani, rimarrà un’orma a distinguere dal subumano israeliano l’umano palestinese: quella di un popolo, abbandonato, tradito, tormentato oltre ogni limite, che a decine di migliaia cammina verso la libertà, inerme, sapendo di morire, morendo per la libertà. Purchè in piedi. Non s’è mai visto niente di simile, un tale tributo al valore supremo di ogni creatura. Grazie, palestinesi. Impossibile che non vinciate.


Hic sunt leones
scrivevano i romani sulle aree delle loro carte geografiche dove non c’era altro interesse che quello per le battute di caccia e la cattura di animali selvaggi. Netaniahu vede così i territori oltre i propri mai stabiliti confini: quelli della Grande Israele dove gli animali da uccidere o catturare camminano eretti su due gambe e dove si trovano acqua, petrolio, quelle ricchezze che a Israele e alla comunità che lo sostiene servono per il raggiungimento degli obiettivi storici. Guerra dopo guerra. Possibilmente combattute per conto suo da terzi: Usa, Nato, jihadisti, curdi, sauditi. Non sarebbe la prima volta.

Le guerre Rothschild per Israele

 Churchill e Rothschild
Le due guerre mondiali sono state scatenate per una varietà di motivi e interessi. Egemonia in Europa, primato coloniale, competizioni sociali,  potere e ricchezza degli industriali a partire dalla produzione di armi. Ma, forse, nella tormenta che ha insanguinato l’Europa con due guerre mondiali, Israele c’entra. O, quanto meno, il piano per porre in essere uno Stato ebraico ha goduto dei finanziamenti della famiglia Rothschild e affini. Ed è un piano che si è valso di guerre. Non solo quelle del 1948, 1956, 1967 e 2003. Il crollo dell’impero ottomano al termine del primo conflitto consegnò alla Gran Bretagna il controllo totale sulle terre palestinesi. E’ del 1926 la dichiarazione di Balfour che istituì il “focolare ebraico” in Palestina. Ma è del 2 novembre  1917, con sconfitta ottomana in vista, che lord Balfour, massone, ministro degli esteri e già primo ministro, scrive al capo di quella che da secoli è la più potente banca del mondo:

Caro Lord Rothschild, ho grande piacere a comunicarle, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sostegno alle aspirazioni sioniste che sono state sottoposte e approvate dal Gabinetto. Il governo di Sua Maestà vede con favore lo stabilimento in Palestina di una patria nazionale per il popolo ebreo e farà del suo meglio per raggiungere questo obiettivo…”


Grazie alla prima guerra mondiale gli ebrei si assicurarono quella terra.  Alla vigilia della seconda, si realizza “L’Accordo di Trasferimento”, concluso tra i sionisti del Bund e il governo di Hitler per lo spostamento degli ebrei in Palestina. Si può dire che se la prima guerra mondiale preparò la terra per gli ebrei, la seconda preparò gli ebrei per quella terra. A Monaco Chamberlain volle evitare lo scontro, ma Churchill lo liquidò e scatenò la reazione anglosassone all’invasione della Polonia. La famiglia di Churchill era legatissima ai Rothschild, il padre di Winston fu amico intimo di Nathaniel, primo Lord Rothschild. Il figlio ne seguì le orme e rafforzò il sodalizio (vedi foto). Poi bombardò l’Iraq, sottomise l’Egitto e colonizzò la Palestina. I denari dei Rothschild non gli vennero negati.  Sono i Rothschild i genitori dello Stato che da 70 anni sconvolge e minaccia il mondo.  Sono i Rothschild che tracciano il solco, sono Bilderberg, Open Society di Soros e Trilateral che lo difendono. Si chiama mondialismo.

mercoledì 9 maggio 2018

IRAN, CHI SEI ? Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. (Antonio Gramsci)



https://www.youtube.com/watch?v=ZeVYbTw6omE&t=336s  Selezione dal docufilm di Fulvio Grimaldi “TARGET IRAN”, l’unico racconto dell’Iran vero, non inquinato dai politicamente corretti di destra e “sinistra”. DVD di 85’, acquistabile per posta: visionando@virgilio.it

Il burattino Trump esegue
Lo Stato Canaglia, Stato del terrorismo, Stato dell’aggressione perpetua, Stato del genocidio strisciante, lo Stato che s’è comprato i politici, i media, gli italiani passivizzati o complici e a cui l’Italia dei politici, media, italiani passivizzati o complici ha venduto la sua massima manifestazione dello sport ciclistico, insieme alla sua dignità e integrità, ha intimato al suo burattino, presidente degli USA, di attaccare il libero, sovrano e pacifico Iran. Nel frattempo bombarda e uccide impunemente in Siria difensori iraniani della libertà del popolo siriano e del diritto internazionale, salvaguardia delle nazioni e della pace.
Ha attaccato l’Iran insieme al suo sodale arabo, lo Stato più retrogrado, oscurantista, repressivo, predatore e, nell’indifferenza delle altrimenti (Iran, Russia) indignate presunte sinistre, misogeno e omofobo in chiave lapidatoria, esclusivista, razzista, monoetnico e teocratico quanto lui. Lo ha attaccato sotto ricatto di un carcinoma dalla metastasi mondialista chiamato Stato Profondo, i cui cingoli, nella marcia sulla Russia, hanno già polverizzato la Jugoslavia, raso al suolo la Libia, squartato la Siria, devastato l’Afghanistan, frantumato l’Iraq. Si sono lasciati alle spalle il proprio paese impoverito, spolpato da banche e spese militari, ridotto a Stato di polizia dalla sorveglianza universale e, con il terrore della “guerra al terrorismo” e con il traffico di stupefacenti della “guerra alla droga”, 50 milioni di morti dal 1950, perlopiù musulmani.

La triplice Usa-Israele-Arabia Saudita, la coalizione a più alto tasso criminale e di sangue versato della Storia umana, dopo aver impunemente colpito, distrutto e ucciso cose e vite iraniane, impegnate nella difesa dell’umanità in Siria, ha stracciato un accordo per la denuclearizzazione dell’Iran concluso tra le maggiori potenze dell’Uccidente e un neopresidente iraniano rassegnato a farsi dettare l’agenda dell’economia e dello sviluppo del proprio paese. Un accordo rifiutato da Mahmud Ahmadinejad, grande e laico presidente espresso da quel popolo e, soprattutto, dal suo proletariato riscattato, ma poi accettato da dirigenti espressi da una borghesia ansiosa di galleggiare e prosperare nel liberismo importato dai Rothschild-Goldman Sachs. Smantellamento di tutte le sue centrali di ricerca e produzione nucleare, nonostante si limitassero a un arricchimento del 20% dell’uranio, utile solo a scopi medici ed energetici (per la bomba ci vuole il 90%).

Ai detentori di 7000 testate nucleari, di cui due già sperimentate su esseri umani, a coloro che tengono sotto scacco i vicini in Medioriente con le proprie 200-400 bombe termonucleari, a un clan famigliare proprietario di tutto un paese grazie alla ferula del terrore religioso, non  interessava bloccare un uranio innocuo, arricchito al 20%. Interessava bloccare lo sviluppo, il benessere, il ruolo di una nazione quinta nel mondo per produzione di petrolio e seconda per il gas. Interessava sabotare ogni rifornimento di energia al mondo, in prima linea all’Europa, che non fosse americano o sotto controllo americano. Vedi TAP. Vedi Regeni. Vedi i marciatori contro l’ENI. Interessava applicare, rinnovare, aumentare le sanzioni.

Qualcuno marcia per conto terzi contro l’ENI, qualcuno si prepara a una marcia sacrosanta per la Palestina occupata e seviziata, qualcun altro assiste dal proprio divano allo sterminio di popoli tra i più nobili e giusti, bofonchiando a difesa della propria miseria morale e intellettuale scellerate idiozie su “dittatori”, burka e veli. Chi si arroga il diritto di infliggere sanzioni per portare alla disperazione un popolo nella speranza che poi se la prenda, non cono i suoi aguzzini, ma con i propri dirigenti, non ha la più pallida idea di chi sono gli iraniani.

A chi  non percepisce la grottesca aberrazione di Stati che basano il proprio ruolo nel mondo sull’invenzione e promozione del terrorismo in casa e fuori, sullo stragismo jihadista, brigatista, dell’intelligence, dei vari Gladio, e che poi azzardano l’accusa all’Iran di massimo promotore del terrorismo nel mondo, va messo in mano il filo che congiunge Piazza Fontana e Bologna’80, Via d’Amelio e Italicus, l’11 settembre e Bataclan. L’abbattimento delle Torri Gemelle è passato da Osama, nella sua grotta a Tora Tora, ai Taliban, dai Taliban a Saddam, da Saddam ai sauditi. La proclamazione dell’Iran “sponsor massimo del terrorismo” prelude a un nuovo cambio di paternità. E, a sinistra, il coro dei reggipalle, prosseneti, escort, annuisce.

Sanzioni che, per effetto collaterale rigorosamente voluto, colpiscono l’Europa, come quelle contro la Russia. Corrono parallele alle migrazioni indotte e coatte. Sanzioni all’Iran come svuotamento di Siria o Eritrea; ricadute delle sanzioni sui paesi europei come destabilizzazioni e dumping sociale nei paesi d’arrivo. E’ il mondialismo, bellezza. E’ la criminalizzazione della sovranità, baby.

Target Iran, un documentario per rovesciare la narrazione di destre e sinistre
Mi permetto, nella congiuntura, di riproporre ai non indifferenti la conoscenza onesta e vera dell’Iran, come abbiamo cercato di offrirla con il nostro docufilm “TARGET IRAN”, girato durante l’ultimo mandato di Mahmud Ahmadinejad, alla vigilia dell’arretramento compiuto dal neopresidente Rouhani, espressione di quella borghesia dei quartieri alti di Tehran che rimpiange i fasti goduti sotto lo Shah, la sua capacità di mettere in riga oppositori e ribelli grazie alle carceri e alle torture della Savak, maestra del Mossad, e che sogna le gozzoviglie neoliberiste dell’Uccidente.

Il film resta di assoluta attualità, sia per il contesto geopolitico che vede un Iran assediato dalle stesse forze di allora, ora con aggressività potenziata dagli psicopatocrati al potere negli Stati aggressori, sia perché proietta una verità dell’Iran che continua a essere occultata, mistificata, deformata da falsità e calunnie. Per non restare indifferenti alla tentata distruzione di una nazione, che ha alle spalle 3000 anni di civiltà e che le sue giovani e colte generazioni proiettano in un futuro di sovranità, autodeterminazione, libertà, un paese con all’avanguardia le donne che rappresentano il 64% dei laureati e sono in prima fila nelle professioni qualificate e nelle funzioni dirigenziali, è necessario prima conoscere. Per far conoscere l’Iran vero abbiamo ascoltato operai e studenti, donne e commercianti, esponenti del governo ed artisti della musica, delle arti figurative e del grande cinema persiano. Abbiamo visitato le tante vittime del terrorismo del Mossad e della sua articolazione iraniana, la setta dei Mujahedin del Popolo (MEK), che ha il suo quartier generale all’ombra del Dipartimento di Stato.

Ai confini con l’Afghanistan abbiamo incontrato i militari che difendono la loro società dall’offensiva dei trafficanti di droga manovrati dagli occupanti Usa. Mentre a sud e a ovest, controllano lo strumento imperialista della destabilizzazione secessionista, la quinta colonna curda e del Balucistan.  Abbiamo visitato il grandioso patrimonio archeologico di Persepoli, le meravigliose città, le moschee, i giardini e i parchi di un’impostazione urbanistica ad alto impegno ecologico. Abbiamo potuto smontare tutti gli stereotipi sulle libertà individuali, sui rapporti tra i sessi. Abbiamo constatato l’effetto funesto sulla vita collettiva, a volte tragico, di sanzioni  che arrivano a vietare farmaci fondamentali e abbiamo potuto ammirare l’orgoglio, l’ingegno e la forza di chi resiste e rimedia.

Grazie a documenti che in Occidente sono stati soppressi abbiamo potuto illustrare le provocazioni e le frodi messe in atto durante la fallita “rivoluzione colorata” contro Ahmadinejad del 2011, con i suoi finti martiri, le sue finte esecuzioni.

Il popolo che abbiamo conosciuto non si farà intimidire. E’ da secoli che resiste a invasori, è dal colpo di Stato angloamericano contro il premier Mossadeq, che aveva nazionalizzato il petrolio e sconfitto la tirannia monarchica, che l’Iran ha imparato a conoscere l’imperialismo e i suoi metodi. Una volta di più, come in Libia, Siria, Iraq, Yemen, Somalia, Afghanistan, America Latina, sono in gioco i destini dell’umanità e del suo pianeta, la scelta tra vita e morte. Avendo a disposizione la conoscenza, l’indifferenza non è più consentita.

Il docufilm “TARGET IRAN” può essere ordinato a visionando@virgilio.it.
Nel blog www.fulviogrimaldicontroblog.info se ne trovano il trailer e una breve selezione.
A ogni richiesta si illustreranno i termini di acquisto e spedizione del dvd. L’autore è disponibile per presentazioni ovunque.

lunedì 7 maggio 2018

Armi proibite: quando uccidere non basta - PALESTINA: GIRI DELLA MORTE (e cronache sportive)



“il manifesto”: ma che belle cronache!

Qualcuno potrà dirmi che me la prendo sempre con il giornale che si sfregia del vezzeggiativo “quotidiano comunista”. Che tanto è inutile, che è come prendere a cannonate un cagnetto di compagnia (quello di Soros e Hillary), che comunque quei quattro lettori, sopravvissuti al disvelamento ormai scontatissimo della sua missione di megafono delle buone ragioni imperialiste, non li schiodi neanche se gli dimostri che Chiara Cruciati è sposata con un boss curdo di Kobane e passa le ferie tra l’Isis del Sinai,  o che Norma Rangeri, Laura Boldrini, Asia Argento, Emma Bonino  succhiano sangue di bambini maschi dopo mezzanotte.

Tutto vero, ma tant’è. La smetterò, ma non stavolta. Stavolta, intendo il numero del  5 maggio del “manifesto”, ne ha fatto una più raggelante del solito. Come del sistematico sostegno alle buone ragioni dell’occupazione Usa-Nato dell’Afghanistan, della trasformazione di un regime change amerikano in rivoluzione democratica (ultima quella in Armenia del mercenario Cia Pashinyan), della santificazione di curdi venduti a Usa, Israele e Sauditi, della balla Regeni, della bufala Russiagate, dello sfegatato sostegno alla killer Hillary come ai nani di giardino LeU, dell’avallo a ogni False Flag che passi per la mente a Mossad, Cia, MI6 e altre conventicole della buona morte di massa, della vilificazione in dittatori di chiunque vada col suo popolo in direzione ostinata e contraria all’Uccidente,  dello scudo finto buonista e vero malista con cui copre i facilitatori Ong, in mare e in terra, della spoliazione del Sud del mondo…

Sapete tutti che potrei non finirla per ore e ore, ripercorrendo i quarant’anni del giornale, a rischio di motivare ulteriormente chi, amante di twit, sms e instagram, mi accusa di prolissità. Ma continuo a credere che, scontato il ruolo dei media di De Benedetti, Agnelli, Cairo e Caltagirone agli occhi di chi non si droga di crack renzusconiano-bergogliano, vada denunciato chi ti fa le fusa davanti (“quotidiano comunista”, diritti civili, precariato), mentre in effetti fa da palo al brigante che ti infila la siringa di nervino tra le sinapsi. Veniamo al dunque. In prima pagina quel “manifesto” ha il buon gusto di onorare con un’asettica cronaca sportiva la corsa ciclistica che Israele va facendo passare con i cingoli sui corpi vivi e morti dei palestinesi.

Nell’ultima dell’inserto “Alias”, su tutta pagina, arriva a consolare quei frantumatori di ossa e anime con il sereno titolo, come se niente fosse, “Un giro dedicato a Gino Bartali” e sottotitolo ancora più festante: “Al campione nominato “giusto tra le nazioni” la cittadinanza onoraria israeliana”. Pensate che Pasquale Coccia, autore dell’ignominia, percepisca un qualche sussulto dalla tomba di uno che ora vi si volta furibondo dato che, non avendo mai tollerato che qualcuno gli mettesse i piedi in testa, o lo manipolasse, si vede degradato a strumento di propaganda del regime più sanguinario e terrorista del mondo? Lui che, a costo della carriera, libertà e vita, aveva sottratto ai carnefici le vite di chi rischiava la sorte che, ora e da settant’anni, martirizza e falcidia il popolo sulle cui tombe si vorrebbe far correre il suo spirito.


Bartali, appropriazione indebita
C’è qualcuno che possa davvero pensare che uno come Gino – “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” - Bartali (quelli che non c’erano, ne studino la rivolta contro soprusi, mistificazioni, frodi) sopporterebbe l’oscenità , da parte di chi poi!, di essere preso, esanime e incosciente, cadavere, e manovrato a vessillo e apripista di un genocidio strisciante?  Di fare da spirito-guida per un’operazione pagata a RCS e Gazzetta dello Sport 16 milioni di euro, i classici trenta denari (ma più sporchi di quelli del povero Giuda, predeterminato da Dio), per coprire di rosa la realtà cancerosa di uno Stato che sostiene i suoi crimini contro l’umanità con gli scheletri dei suoi correligionari periti nel nazismo.

Antisemita è chi perseguita gli arabi
Abu Mazen, presidente ANP abusivo, rintronato e da anni venduto a un nemico a cui fa reprimere, incarcerare, torturare e uccidere i propri cittadini, ha detto cose stupide e importune. Ha dato ai suoi padroni veleno kosher da sputare  sugli “antisemiti”. In qualche modo, pur deprecandolo, lo corrobora Michele Giorgio, colui che per il “manifesto” dovrebbe sostenere le ragioni dei palestinesi, quando deplora i “danni d’immagine” inflitti dal discorso di Abu Mazen sugli ebrei che “se la sono voluta perché usurai e banchieri” . In sintonia con Netaniahu, il cronista che, da anni da quelle parti, dovrebbe saperla più lunga, parla di “antisemitismo”, aggiungendo la sua alla mistificazione sulla quale campano l’universo israelo-sionista e si fanno passare i suoi abusi. Giorgio non contrasta neanche l’accusa di negazionista sparata da Netaniahu, lui sì negazionista di tutto un popolo, addirittura parzialmente ancora vivo, non spiegando che il logoro capo dell’ANP non ha mai negato l’olocausto.

Ci saremmo aspettati la demolizione dell’appropriazione indebita  della qualifica di “semita”, arma principe del regime e della sua lobby: semiti sono gli arabi, tutti e solo loro. Semiti non sono gli ebrei, salvo qualche arabo convertito, ma come dimostrato dall’ebreo Shlomo Sand (L’Origine del popolo ebraico), genti di origine eurocaucasica spostate in terra altrui, semita (con il concorso anche dei nazisti) per arginare e poi annientare il nascente movimento arabo anticoloniale e di ricomposizione nazionale che minacciava di sottrarre all’Occidente le piastrine di petrolio che il capitalismo si inietta in vena per mantenersi in vita.
Il “manifesto” non è l’unico che, con resoconti tecnico-turistici in tracimante salsa propagandistica, ha voluto dare dignità a un’operazione indegna. L’altro giornale “di opposizione”, ma sintonicamente atlantista come tutti, “Il Fatto Quotidiano” che, inflessibile censore, con ogni riga ci avverte delle nefandezze falsarie dell’altra stampa, ha affidato a Leonardo Coen il compito di illustrarci le tre tappe dell’ignominia aggirandosi un mondo tra l’arcadia e i campi elisi. A loro volta i cronisti Rai riesumavano lo stereotipo coloniale del “deserto fiorito” nel Negev, dei Kibbutz piscinati e delle coltivazioni irrigate, sorvolando leggiadri sulle acque palestinesi predate e sui villaggi beduini rasi al suolo. Ma da Debenedetti e Monica-Bilderberg-Maggioni te lo aspetti. Dal “manifesto” invece, a non essere boccaloni …pure.

Ebrei altri
Chiudo il penoso affare “manifesto” con qualcosa che, purtroppo, non salva capra e cavoli, l’indecenza dell’articolo e delle foto che violentano un grande campione e un nobile uomo, ma che onora il coraggio e l’onestà di tanti ebrei. Quelli che, sempre sul “manifesto”, hanno provato a controbilanciare la vergogna delle cronache eulogiche con il ricordo di quanto di orribile è stato inflitto ai palestinesi, la denuncia di cosa vi si nasconde di feroce e ingiusto e di coloro che, da noi, ne traggono profitti e benevolenze. “La commissione giustizia  della Knesset sottoporrà al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democrazia” dal suo statuto e facendo così chiarezza sulla propria natura”. Grazie, Paola Catarutta e le decine che hanno firmato il testo di “Ebrei contro l’occupazione”.

A colorare di sangue le serene immagini storico-tecniche con cui il “manifesto” ci ha illustrato il Giro nello Stato fuorilegge sono poi venute, nella stessa giornata, le ennesime vittime che a Gaza pagano per aver inalberato ai limiti della loro gabbia un semplice simbolo, quello del ritorno a casa. Altri 500 feriti e mutilati, per un totale, dopo cinque venerdì, di quasi 50 morti e 8000 feriti. In una dimostrazione di forza, determinazione, coraggio, di donne, uomini, bambini, di cui non riesco a trovare paragoni storici. Ma di cui ci annichilisce la fiducia nell’essere umano quanto alberga nella parte opposta, quella dal “lato buono” di muro e gabbia. Non ci fossero  palestinesi come quelli, siriani con Assad, libici con Gheddafi, venezuelani con Maduro, a sostenerci l’anima sbrindellata…. Correggiamo Brecht: beato il popolo che produce simili eroi.

Armi proibite: far più male della morte
Forse negli ampi spazi che i giornalisti hanno dedicato dal dopato corridore Froome, in un Giro nel più dopato Stato del mondo, avrebbero dovuto, all’evidenza dello straordinario peso della notizia, raccontarci anche altro di quei giorni. Se fossero giornalisti… Proviamo a colmare un tantino la “dimenticanza”.

Non è roba di oggi. Qualcuno cui sia capitato di vedere il mio documentario sulla guerra del Libano nel 2006, “Delitto e Castigo”, che narra l’invasione dei fucilatori di bimbi con sassi e il trionfo delle sgarrupate milizie di Hezbollah, ricorderà con discreto raccapriccio quanto mi venne illustrato dai medici libanesi nelle loro cliniche: combattenti e civili feriti, meglio, squartati, trapanati, tritati dentro, dalle armi segrete e proibite di Israele. Ebbene, non soddisfatto dagli umani corrosi vivi dalle fiamme che, a Gaza durante “Piombo Fuso”, gli incollava il fosforo bianco, Tsahal, “il più morale esercito del mondo”, ha perfezionato quelle armi. Visto che nessuno (tipo Amnesty, o HRW, o Boldrini) ha avuto niente da dire, neanche tra quelli che, con scandalo al fulmicotone, attribuivano armi al cloro ad Assad e gli facevano pagare le loro fake news a forza di inferni missilistici, Israele ha modo, ogni venerdì “del ritorno”, di fare nuovi esperimenti.

Di quegli 8000 feriti molti restano mutilati, molti mutilati marciscono e muoiono.  Ma nessuno aggiornerà le cifre degli uccisi del venerdì. Le pallottole dei cecchini aprono ferite grandi come pugni, poi esplodono dentro. Sono le vecchie Dum-Dum, ma migliorate con qualcosa di chimico che attacca carne, ossa e organi e li fa imputridire. Molto apprezzate sono le bombe a freccette, che, una volta esplose a mezz’aria, liberano decine di frecce d’acciaio mirate, indovinate dove, umanamente su persone. Magari bambini. Intelligentissime. Poi ci sono le simpatiche bombette a farfalla: più veloci del suono, colpiscono con la punta che poi dentro, si apre come le ali della farfalla e…macina. Altra meraviglia è la pallottola a espansione che polverizza quanto incontra nel suo percorso nel corpo. Dice la dottoressa Ingres, dopo il primo venerdì del ritorno: “Più di metà dei primi 500 feriti ricoverati nei nostri presidi sono stati colpiti da pallottole che hanno letteralmente distrutto tutti i tessuti e polverizzato le ossa. Chi sopravvive resta menomato a vita”.

 bombe a farfalla e a freccette
Gaza e i territori occupati,  laboratorio di Israele, hanno il pregio di fornire cavie per il progresso scientifico e tecnologico del più grande esportatore di armi pro capita del mondo. Uccidere, incapacitare a tempo o a vita, è un vezzo che non si limita al proprio ambito statale. Molto popolare sul mercato è il bombardamento da elicotteri e droni con gas tossici, praticato con successo sui manifestanti a Gaza: una sostanza chimica giallognola che porovoca vomito, convulsioni, asfissia, collassi, incontrollati tremiti degli arti e tachicardie, coma. Ne ho avuto un assaggio anch’io dalle parti dell’università di  Bir el Zeit. Si sta male da morire e chissà cosa ci si porta dietro.


Tutte queste sono armi internazionalmente proibite. Avete sentito un mormorìo di riprovazione? O anche solo visto un trafiletto di cronaca nelle colorire corrispondenze dei nostri inviati al seguito del Giro? Seguendo i corridori nel Negev, bastava buttare uno sguardo a destra. Ma si rischiava il torcicollo da antisemitismo.

Israele fugge, ma lascia il segno
Come quando si percorrono i villaggi libanesi per raccontarci le elezioni in Libano. Chi ha visto Rasha, giovane donna con le stampelle? Rasha aveva 15 anni nel 2008 quando una bombetta raccolta tra i cavoli nel campo le troncò una gamba. Allora ne erano stati colpiti 500 civili, perlopiù contadini. Sono passati altri 10 anni e le bombe a grappolo lanciate da Israele nel 2006 sul Sud agricolo del Libano continuano a spargere dolore e sangue. Su un territorio che, dopo la cacciata di Tsahal, avrebbe dovuto conoscere pace e lavoro, furono lanciati 4 milioni di munizioni cluster che lasciarono sul terreno altri milioni di sottomunizioni inesplose. Che continuano a troncare arti, sfondare organi, bruciare occhi. Un crimine di Israele è per sempre.